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Una voce dal Kenya!

Non accenna a placarsi l’ondata di violenza che sta insanguinando il Kenya dalle contestate elezioni presidenziali del 27 dicembre scorso. Una tornata elettorale che ha portato alla rielezione, per una manciata di voti, del presidente uscente Emilio Mwai Kibaki, scatenando le proteste del grande sconfitto, Railo Amolo Odinga, leader dell’opposizione, che ha accusato il presidente di brogli, chiedendo nuove elezioni; accuse evidenziate anche da alcuni osservatori internazionali.
Dai primi giorni di gennaio con la discesa nelle piazze dei sostenitori di Odinga il Kenya è precipitato nel caos: le organizzazioni internazionali parlano di 800 morti e 250 mila sfollati interni, ma il numero delle vittime sta salendo di giorno in giorno.
Le violenze hanno assunto un’impronta etnica con la contrapposizione tra i Kikuyu e i Luo, rispettivamente gruppi etnici di Kibaki e Odinga. Una contrapposizione che nasconde gli interessi politici ed economici di due opposte oligarchie in lotta per il potere.
Dopo una prima fase in cui sembrava poter tornare la normalità, il clima è tornato ad infiammarsi in diverse città del paese, coinvolgendo anche altri gruppi etnici.
Numerose personalità internazionali e capi di stato africani sono intervenuti per cercare di ricomporre la frattura anche se le violenze degli ultimi giorni sembrano andare oltre le proteste post-elettorali.
L’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, in visita al paese la scorsa settimana, ha denunciato pesanti violazioni dei diritti umani chiedendo un gesto di responsabilità per porre fine alle violenze. Nel suo appello ha invitato “i leader religiosi ad utilizzare la loro leadership, le loro chiese e moschee, per incoraggiare il popolo a spingere i propri leader a lavorare per la pace.”

 
 
Abbiamo approfittato della presenza nella nostra diocesi del professor Boniface Muraghe, sacerdote Kenyota della diocesi di Nyeri, pochi km a nord della capitale Nairobi, per raccogliere la sua testimonianza e cercare di capire come si è arrivati a tutto questo.
Don Boniface è tornato nella parrocchia di Maslianico agli inizi di gennaio per partecipare ad una giornata organizzata in ricordo di tutti i preti e missionari “amici della comunità”, sparsi ai quattro angoli del mondo.
Il sacerdote durante i suoi studi di perfezionamento a Roma, durante gli anni sessanta, aveva, infatti, trascorso un’intera estate nella parrocchia con cui è sempre rimasto in contatto.

Professor Muraghe quale ruolo può svolgere la Chiesa Cattolica in questa difficile fase politica?
Quando ci sono dei problemi e delle tensioni la nostra gente è abituata ad andare nelle chiese alla ricerca di parole equilibrate, di moderazione. Questo deve essere il ruolo di tutti gli uomini religiosi, cristiani o mussulmani: dare equilibrio, educando le persone alla pace. Un percorso che deve necessariamente partire dall’educazione e dalla formazione dei giovani; un aspetto in cui come cattolici forse potevamo fare di più.

In che senso?
Dall’inizio degli anni ’60 abbiamo portato avanti due progetti di educazione religiosa nelle scuole: l’Educazione alla Religione Cristiana che si occupa delle basi della catechesi e il Programma di Istruzione Pastorale, basato invece sull’impegno dei cristiani, sul trasmissione dei valori e del nostro credo nella vita di tutti i giorni.
Con il passare degli anni abbiamo assistito ad un calo di questo secondo aspetto: ci troviamo così con molte persone che conoscono la Bibbia ma non ne vivono gli insegnamenti nella vita.
Dobbiamo tornare a formare le coscienze, perchè senza la coscienza si arriva a quella che Giovanni Paolo II definiva la “cultura della morte”, che uccide il senso del peccato e del sacro. Perdendo il rispetto della vita umana, si finisce per arrivare a quello che stiamo vedendo in questi giorni.

Alcuni osservatori hanno definito molte delle violenze scoppiate come “atti premeditati”. Prima del voto vi era la sensazione che la situazione potesse precipitare?
Non in questo modo, anche se la campagna elettorale è stata particolarmente sentita e i toni sono stati esasperati, da una parte e dall’altra. I continui sondaggi che davano in vantaggio prima Kibaki e poi Odinga hanno fatto entrare questa competizione nel cuore della gente. In questo modo non solo i sostenitori del leader dell’opposizione sono andati a votare in massa per il cambiamento ma anche quelli del presidente.
Nella mia città, dove solitamente si recava alle urne il 50-60% della popolazione, siamo arrivati quasi al 90% dei votanti. Se le tensioni dovessero continuare lungo questa piega etnica sarebbe una tragedia perché in Kenya esistono 42 diverse tribù (etnie ndr) mischiate in tutto il paese; ogni città è diventata ormai cosmopolita ed è impensabile dividerle.

Vi erano già state tensioni in passato tra Kikuyu e Luo?
In Kenya abbiamo vissuto in pace fin dall’indipendeza, (dal 1963 ndr) e questo ha fatto si che il nostro paese diventasse una dei più moderni e stabili stati di tutta l’Africa.
Qualche tensione si è venuta a creare per questioni legate al controllo della terra nella parte occidentale del paese. In queste zone molti Kikuyu, etnia a cui appartengo, concentrati in particolare nel centro del Kenya, hanno acquistato dal governo ampi appezzamenti di terra, scatenando le proteste delle popolazioni locali che rivendicavano una sorta di diritto storico su quei territori. Le loro rivendicazioni non sono però accompagnate da nessun contratto o titolo, dato che quelle terre sono state vendute regolarmente dallo stato come previsto dalla costituzione.
La crisi è scoppiata perché ci sono gruppi di interesse che incitano la gente comune alla violenza per accaparrarsi il potere e arricchirsi. Alcuni politici hanno fomentato lo scontro etnico, giocando la carta della contrapposizione per guadagnarsi l’appoggio e il voto del loro intero gruppo.

Pensa che si possa arrivare ad accordo tra le parti?
Penso che il compromesso sia l’unica strada percorribile ma non posso fare previsioni. Purtroppo da quando sono arrivato qui, circa venti giorni fa, nel mio paese sono successe troppe cose.
 
Michele Luppi
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