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BANGLADESH - Agosto 2007

 

Esperienza Bangladesh 2007 - Foto 1

MAI RESTARE INDIFFERENTI!

“Dopo mesi di preparazione, d’incontri per conoscere un po’ di più chi condividerà l’esperienza con te, di preparativi sempre più frenetici man mano che la data della partenza si avvicina, arriva il 01 agosto 2007! L’esperienza pensata dal Centro Missionario Diocesano ha inizio: in tanti chiedono “ma cosa andate a fare?” e la risposta è “Niente, assolutamente nulla, dobbiamo vedere e quando torniamo raccontare quello che abbiamo visto!” Facile a dirsi, ma come sarà vivere quest’esperienza?
Questo ed altri mille pensieri, mille sensazioni accompagnano il nostro viaggio verso il Bangladesh. E chi conosce questo stato? Abbiamo letto, ci siamo documentati, abbiamo ascoltato alcuni missionari che ci hanno raccontato un po’; ma la realtà come sarà?
Dopo un lungo viaggio arriviamo a destinazione; usciamo dal fresco dell’aeroporto e l’accoglienza è calda, soffocante è il termine corretto, la maglietta si appiccica alla pelle, l’umidità è pesante e quasi ci viene da dire: “Qui non resistiamo neanche 20 minuti!”. Urge un riposo, indispensabile per proseguire. Così Padre Paggi, missionario saveriano originario di Sorico, ci porta nella Casa dei Saveriani a Dhaka ed il tragitto in pulmino è anche il primo impatto con il Bangladesh: un gran casino, ecco quello che si mostra ai nostri occhi. Lungo la strada tantissimi mezzi più o meno vecchi, più o meno malmessi, tanti bus, tanta gente in ogni angolo, gli immancabili risciò (scritto esattamente nella loro lingua è rikshaw) ed una gran confusione! Restiamo storditi e si fatica a capire dove siamo capitati. Questa confusione aumenta quando, dopo un paio d’ore di riposo, ci mettiamo in viaggio verso Khulna: sette ore durante le quali qualcuno riesce a dormire un po’ e qualcuno cerca di non prestare attenzione alla guida spericolata del nostro autista cantando; compito che si rivela molto arduo poiché Mustafà guida come fosse in un videogioco. Ma lo standard è questo! Attraversiamo il Gange con il ferry (un traghetto bello grande) e lì abbiamo il primo vero contatto con le persone. Tutti ci guardano, ci scrutano: d'altronde siamo osservati speciali perché siamo noi i diversi.
Stanchi, esausti, stralunati: ecco come arriviamo a Kulna e dai Saveriani. La sera a cena conosciamo i vari Padri e le cose che ci raccontano sono un susseguirsi di scoperte una più interessante e sorprendente dell’altra.
Ecco, questo è l’inizio della nostra “avventura missionaria” in Bangladesh, che vede in Padre Paggi il nostro primo Angelo Custode: è lui che nei giorni successivi ci mostra questo paese così lontano dalla nostra cultura, dal nostro pensiero, dal nostro modo di essere. E’ proprio un altro mondo! E ce ne rendiamo conto sempre di più ogni giorno che trascorriamo in questo paese. Quello che vediamo, quello che ci viene raccontato da chi incontriamo, quello che Padre Paggi ed i suoi confratelli ci dicono non fanno che rafforzare la sensazione che siamo tanto lontani!
Le “lezioni” serali di Padre Paggi ci aprono le menti, ci permettono di capire maggiormente quello che vediamo. E allora passiamo dalla panoramica sull’Asia, alla cultura del subcontinente indiano, dal sistema delle caste e le sue vittime, alle cause e radici della povertà del subcontinente indiano, dalla Chiesa ed attività missionaria in questi luoghi, al senso religioso ed alle principali religioni in Bangladesh. Nel frattempo visitiamo tantissimi luoghi, istituzioni, enti e conosciamo sempre più persone. Tutto ciò ci permette di abbozzare un ritratto del paese.
Il quale prende forma partendo dalla natura: evidente e che condiziona il modo di vivere delle persone. Il paesaggio si presenta come un immensa pianura; guardi avanti e vedi tutto piatto, non l’ombra di una collinetta. La vegetazione è rigogliosa e possente. E quando in questo ambiente cade tanta pioggia? Non qualche settimana, ma sei mesi di pioggia? Semplice: tutto si allaga. I campi si trasformano in enormi distese d’acqua nelle quali le strade sono altrettante enormi lingue di terra che rendono possibili gli spostamenti. Questa è la normalità; ma non sempre è cosi. Quando l’acqua non trova vie di sfogo gli allagamenti diventano alluvioni, portando con se distruzione e rovina. E le persone? Convivono con ciò. Non possono fare altrimenti; si arrangiano come possono. Se sono fortunati il loro villaggio è un’isola in mezzo alle distese d’acqua; se sono sfortunati sono tanti sfollati che trovano riparo lungo le strade o le ferrovie, unici punti più alti del livello zero.
Quello che vediamo è incomprensibile per noi: come si può vivere in queste condizioni? Noi occidentali siamo così abituati a controllare tutto, natura compresa, che probabilmente impazziremmo ad affrontare tutto ciò.
In questa situazione la gente vive la propria vita. Quando l'acqua inizia a ritirarsi cominciano a piantare il riso, la vera risorsa del paese; di quello non manca. Ovunque ce n’é e rappresenta il pasto base dei bengalesi, assieme ad un po' di verdura cotta ed un po' di carne (per chi ne ha)! Il tutto reso ben piccante dall'aggiunta di spezie: ne sanno qualcosa i nostri palati che diventano infuocati alla fine dei pasti!
Indimenticabile l'accoglienza. In ogni luogo che visitiamo tutti ci accolgono con grandi onori: danze, balli, spettacoli organizzati in nostro onore e l'immancabile lavanda dei piedi. Quest'ultima ci mette sempre in imbarazzo forse perché non siamo abituati o, forse, perché sappiamo d’essere loro pari e questo gesto sembra renderci superiori. Ma siamo ospiti e non possiamo sottrarci, perché l'ospite è sacro e va accolto con tutti gli onori del caso. Com’è diverso dal nostro occidente: a volte un ospite è perfino un disturbo, qualcosa che prima se ne va e meglio è! Invece lì fanno di tutto per trattenerci il più a lungo possibile.
Abbiamo incontrato anche tante situazioni difficili. Il sistema delle caste è radicato nella loro cultura, fa parte del loro DNA e facciamo fatica a capirlo: siamo abituati a far rispettare in ogni luogo e tempo i nostri diritti, che ci seguono dalla nascita ed è scontato che sia così. Non per loro; è una delle prime volte in cui ci accorgiamo che tante cose non sono scontate come riteniamo noi, ma vanno conquistate passo dopo passo. Ti rendi conto di come cose che riteniamo ovvie sono in realtà dei beni preziosi.
Così vediamo come le donne facciano fatica a vivere in questo mondo, emarginate e tante volte senza possibilità di alzarsi, schiacciate dalla società e relegate a ruolo di comprimari. Le storie che i vari missionari ci raccontano hanno dell'irreale ai nostri occhi: è impossibile che possa essere vero! Ed invece è la realtà, cruda e difficile da vivere, impossibile da immaginare.
Come pesante è la situazione dei fuori casta, intoccabili e rifiutati da tutti, condannati a vivere un'esistenza ai margini della società. Stessa sorte tocca anche ai popoli tribali; di alcuni di questi è sconosciuta perfino l’esistenza al resto della popolazione.
In tutto ciò una caratteristica comune a tutti: il profondo senso religioso. Si avverte che nelle persone, pur di credo e realtà diverse, c'è un legame stretto tra la loro vita (e cultura) e la religione; s’intrecciano e si contagiano a vicenda nella quotidianità del vivere. Veramente interessante è la possibilità che si è presentata di parlare con esponenti di altre religioni. Cosi con l’ausilio della traduzione di Padre Francesco (Superiore del PIME - Pontificio Istituto Missioni Estere - in Bangladesh) abbiamo fatto dialogo interreligioso con dei Monaci Indù e dei Mussulmani Sufi, ascoltando e ponendo un sacco di domande. Mille interrogativi si sono aperti nelle nostre menti e ci siamo resi conto di conoscere veramente poco queste religioni e, peggio ancora, abbiamo verificato come le informazioni che circolano in Italia (ed in occidente) siano lacunose.
Tutte queste situazioni le ritroviamo anche quando l'11 agosto prendiamo il treno che dal sud ci porta al nord. Qui conosciamo il secondo Angelo Custode del nostro viaggio Padre Quirico Martinelli, missionario del PIME ed originario di Uggiate. Vediamo una realtà missionaria più tradizEsperienza Bangladesh 2007 - Foto 2ionale. Infatti padre Quirico è il Parroco a Dinajpur, la cittadina che ci ospita. All’interno della parrocchia ci sono varie strutture: collegi per i ragazzi e ragazze che vanno a scuola, il refettorio, la scuola professionale per i ragazzi gestita dal PIME, il campo di calcio. E poi 60 villaggi nella zona, il più lontano a 60 km, nei quali padre Quirico coadiuvato da catechisti locali e dal diacono, gestisce la vita dell’estesa comunità cristiana. Quanto lavoro, affrontato con serenità e forza morale!
Arriviamo al 23 agosto, l’Italia chiama ed il volo che ci riporta a casa parte. Abbiamo con noi molto di più al ritorno. Un bagaglio frutto di questa esperienza e fatto dei sorrisi dei bambini, dei volti delle persone che abbiamo incontrato, dei sapori e degli odori, dei paesaggi visti, dell’accoglienza festosa che c’è stata regalata. Insomma, siamo molto più ricchi ora! L’importante è riuscire a far fruttare questa ricchezza, portare l’assaggio di un mondo completamente diverso nella nostra vita!
Portiamo con noi nel cuore, indelebile, la testimonianza dei missionari: esempi di come vivere fino in fondo la nostra chiamata. Ognuno con il suo stile e le sue peculiarità, spendono la propria vita al servizio degli altri!
Insomma, un’esperienza che non può lasciare indifferenti, una fortuna che ci è stata donata e che ora aspetta di essere spesa in quello che siamo e saremo chiamati a fare.”

 

I Partecipanti all'esperienza

 Don Andrea, Emilio, Deborah, Alessandro, Daniela, Alessandra.
 

 

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