Centro Missionario Como - Home Page

BURUNDI - Agosto 2007

 

Foto di ...

Insieme per costruire un futuro di Pace!

Le analogie, dal punto di vista paesaggistico, tra Como e Bujumbura, capitale del Burundi, sono tante. Ovviamente applicando alla seconda le dovute “proporzioni africane”. Bujumbura occupa l’unica piccola pianura del paese, che per il resto è completamente ricoperto da verdi colline molto simili alle nostre prealpi. Un lato della città si affaccia sul lago Tanganyika, che si chiama lago ma ha circa la stessa lunghezza del mar Adriatico e, se da Bujumbura ci si sposta di qualche chilometro in direzione nord-ovest, si raggiunge la frontiera con quella che oggi viene chiamata Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire).
La prima impressione di un comasco, appena uscito dall’aeroporto è quella di trovarsi in una fotocopia ingigantita della propria terra.
Si tratta, però, di un’impressione passeggera: è sufficiente spostarsi dalla curatissima strada dell’aeroporto, a quelle dissestate e polverose dei quartieri nord della capitale, per spazzarla via.
Bastano quei pochi chilometri per dimenticarsi di lago e colline e tuffarsi a capofitto in una realtà caotica, chiassosa e disordinata. Così ci appare la città mentre, a bordo di un grosso fuoristrada bianco, corriamo veloci lungo la strada cercando di evitare passanti, biciclette ed altre vetture che affollano la carreggiata secondo una logica a noi del tutto estranea.
Al volante c’è un missionario saveriano, Padre Claudio Marano, che non manca di fornirci la prima “infarinatura” sul Burundi commentando mano mano le scene che ci appaiono davanti agli occhi.
“La guerra è terminata ufficialmente nel 2005, ma in questo paese ci sono più di 100.000 armi illegali” commenta al vedere un uomo che passeggia sul marciapiede con un mitra in spalla. Claudio ci spiega come il Burundi, in mezzo a mille vicissitudini e contraddizioni, stia cercando di compiere un lungo cammino di democratizzazione.
“La gente è cosciente del fatto” commenta per concludere “che la pace è molto fragile, basterebbe un altro colpo di stato come quello che ha portato alla guerra civile nel ’93 per far ripiombare il paese in un conflitto ancora peggiore dei precedenti.”
Queste sono parole che non possono non colpire persone abituate alla placida vita comasca.
Il Centro Jeunes Kamenge è un’isola di pace immersa nella bolgia dei quartieri nord della città. Vi si accede percorrendo un’ampia strada sterrata che fiancheggia il campo da calcio. Il centro è composto da due grandi edifici di mattoni rossi: uno che ospita gli uffici, le aule e la biblioteca (la più grande del Burundi) e l’altro che serve come residenza per religiosi e visitatori. Un terzo edificio, di dimensioni molto più modeste, ospita una graziosa cappella. Bandiere arcobaleno con scritto “PACE” in varie lingue sono affisse alle finestre, alle reti perimetrali, dappertutto!
Veniamo accolti con calore dai volontari italiani e burundesi e rifocillati dopo le fatiche del viaggio.
Sono necessari un paio di giorni per comprendere appieno la realtà nella quale siamo capitati: il Centro brulica delle attività più disparate. La biblioteca comprende una frequentatissima sala lettura,  il cineforum, sono organizzati corsi di informatica, lingue, educazione all'Aids, teologia, danza e musica. I campi da calcio, pallavolo e basket sono spesso occupati e, se proprio non si ha nient'altro da fare, è sempre possibile giocare a calcetto o ping-pong nella sala ricreativa.
Il Centro svolge anche un'importante attività di coordinamento delle numerose associazioni nate nei quartieri nord quando questi, terminata la guerra civile, hanno cominciato a ripopolarsi. Queste operano sui temi più disparati: ci sono associazioni di vedove di guerra, in aiuto alle famiglie più povere, associazioni di artigiani, associazioni sportive, di sensibilizzazione all'Aids ecc...
E' proprio attraverso il coinvolgimento della popolazione in queste attività che il Centro cerca di portare avanti un progetto di ricostruzione di una società che la guerra civile ha disgregato, rendendo possibile la convivenza tra persone di diversa etnia, religione, idee politiche.
Una delle occasioni migliori di ricostruzione, fisica e sociale, è rappresentata dai campi di lavoro che il Centro organizza ogni estate.
Ogni campo (se ne svolgono cinque da giugno a settembre) vede la partecipazione di più di 400 ragazzi, suddivisi in 22 gruppi di venti persone ciascuno. In totale circa 2500 ragazzi prestano il proprio lavoro gratuitamente. Ad ogni gruppo, quando possibile, viene assegnato uno dei volontari che vengono dal “nord del mondo”.
Eccoci quindi coinvolti nella ricostruzione. Si comincia la mattina alle sette, si canta, si fa l’alzabandiera e subito dopo colazione con tè e una pagnotta. Quindi si raccolgono gli attrezzi e ci si incammina verso la “parcelle”, il terreno dove si dovranno costruire i mattoni. Il processo è molto semplice: si smuove la terra con le zappe, si impasta con l’acqua e la si mette negli stampi per costruire i mattoni che poi verranno lasciati al sole perché secchino. A parole è semplice ma, credetemi, l’inclemente sole africano, la polvere, la terra che a volte è così dura da far rimbalzare via la zappa, la mancanza d’acqua, possono complicare molto l’intero processo.
Finito il lavoro si torna tutti insieme al Centro, si fa la doccia e si mangia seduti su ampie stuoie un gran piatto di riso, fagioli e abbondante olio di palma (che può mettere a dura prova anche lo stomaco europeo più resistente). Il pomeriggio è occupato da varie attività di formazioni per i ragazzi.
Partecipare ad un campo di lavoro è un’esperienza molto intensa, non solo per la fatica, ma anche per la sensazione del tutto inusuale di trovarsi sempre al centro dell’attenzione.
L’attenzione dei bambini, che ti vedono passare per strada e ti rincorrono, cercando di toccarti, e ti chiedono le caramelle. L’attenzione dei passanti, che ti squadrano, ti salutano, e spesso si mettono a conversare con te come se tu fossi un loro caro amico. Soprattutto l’attenzione dei ragazzi che lavorano con noi. Per loro, infatti, i bianchi sono quelli che viaggiano su grossi fuoristrada, vivono nei lussuosi alberghi vicino al lago e, di sicuro, non mettono piede nei poveri (e pericolosi) quartieri nord. Provate ad immaginare la sorpresa di un burundese nel vedere un europeo che parla con lui, lavora con lui, mangia con lui. Ci si conosce e si fa amicizia, si impara a stare insieme, ci si confronta. I ragazzi ci raccontano della guerra, della loro famiglia, di quanto è difficile vivere in Burundi. Le loro parole ci colpiscono con la durezza delle immagini di guerra e povertà. Ci spiazzano perché ci rendiamo conto di quanto poco ci sia di scontato nella loro vita. Ci stupiscono perché questi ragazzi, nella loro semplicità, nutrono sogni e speranze proprio come noi. L’incontro tra due culture così distanti è delicato, ma permette di imparare molte cose.
Loro capiscono (o almeno cominciano a capire) che l’idea che i mass media trasmettono riguardo al “nord del mondo” si discosta dal loro immaginario. Noi, invece, ci rendiamo conto di come anche un’esistenza di povertà e semplicità, possa rendere felici.
Il campo di lavoro si conclude con una grande festa: tutti i ragazzi sono radunati nella sala polivalente del Centro e, ad ognuno, viene consegnato un premio di partecipazione consistente in materiale scolastico necessario per l’anno successivo. E’ bello vedere come i ragazzi siano felici di ricevere quel dono; ci commuove, ancora una volta, constatare l’importanza che questi ragazzi danno a quelle cose che noi consideriamo piccole e scontate ( una gomma, delle penne, dei quaderni con i fogli riciclati). Terminato il campo di lavoro, dedichiamo l’ultima settimana a conoscere un po’ di più il Burundi. Viaggiamo verso sud costeggiando il lago Tanganiyka: attraversiamo vaste coltivazioni di bananeti, campagne e qualche villaggio, fino a raggiungere la giungla. La campagna burundese è verde e ricca di acqua, ed il lago ha un’acqua azzurra e cristallina popolata da moltissimi uccelli, ippopotami e qualche coccodrillo.
Visitiamo un po’ anche il centro di Bujumbura. Ci spostiamo utilizzando piccoli bus sovraffollati che sembrano essere l’unico mezzo di trasporto pubblico della città. Passeggiamo per le strade del centro, per il ricco quartiere che si affaccia sulla spiaggia, per il caotico mercato centrale e, per finire, ci tuffiamo in un paio di mercatini dell’antiquariato. Dopo tanto lavoro ci concediamo un po’ di svago!
Abbiamo anche la fortuna di visitare un orfanotrofio gestito dalle Sorelle della Carità (le suore di Madre Teresa). E’ un’esperienza eccezionale e, allo stesso tempo, molto toccante. L’orfanotrofio accoglie più di sessanta bambini di età compresa dai pochi mesi ai tre anni. I bambini più grandi ci accolgono chiassosi e festanti. Scherziamo e giochiamo un po’ con loro, poi ci spostiamo nella sala che ospita i più piccoli. Purtroppo alcuni bambini sono malati: hanno la malaria, la TBC e la febbre. Altri sono vispi e quando li prendiamo in braccio si aggrappano con forza ai nostri vestiti.
Tornando al Centro, sull'immancabile fuoristrada bianco, siamo stranamente silenziosi: esperienze del genere fanno pensare a quante cose diamo per scontato nella nostra vita.
La nostra permanenza in Burundi volge al termine. E' una limpida giornata di fine agosto quando veniamo accompagnati all'aeroporto, le colline non sono mai state così nitide come oggi. Il Burundi ci saluta con tutta la sua bellezza! Ci accompagnano padre Claudio, molti dei volontari italiani con cui abbiamo fatto amicizia, ad anche alcuni dei ragazzi del Centro. Ci salutano con calore mentre attraversiamo la barriera per il ceck-in.
Sull'aereo, ormai soli, cerchiamo di trarre le somme dell'esperienza. Ricordi ed emozioni si sovrappongono, troppo numerosi (ed a volte troppo intimi) per stare a raccontarli ora. E' stato come sporgersi da una finestra e vedere come il mondo fuori dalle rassicuranti mura di casa può essere duro, crudele e pericoloso. Se ci si ferma a questo primo sguardo verrebbe voglia di rintanarsi in casa propria e non uscire più. Se invece si ha la curiosità e la voglia di conoscere, allora è possibile scoprire che anche in una terra flagellata come il Burundi qualcosa di grande, come il Centro, può nascere.

 

I Partecipanti all'esperienza 

  Tommaso, Benedetta, Elisa
 

 

Galleria Fotografica

Apertura della GALLERIA FOTOGRAFICA in una nuova finestra  
Guarda le immagini che colgono vari momenti dell'esperienza.

 


 

 

contattaci | newsletter | versione stampabile | area riservata | credits
Vai al sito ufficiale della Diocesi di Como
Centro Missionario Diocesano COMO