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COSTRUIRE FRATERNITA' E COMUNIONE IN CONGO

Padre Teresino Serra è il superiore dei Missionari Comboniani. Ha passato alcune settimane nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), un paese che cerca di uscire dall’incubo di 32 anni di dittatura mobutista, due invasioni militari e dieci anni di guerre. Distruzione di tutte le infrastrutture, morte di quasi 4 milioni persone, stupri di guerra innumerevoli, ragazzi soldato, fame e crescita dell’analfabetismo soprat-tutto funzionale: questa la situazione del Paese. Padre Teresino vi ha diretto gli esercizi spirituali, ha partecipato alle assemblee zonali dei Comboniani, ha incontrato esponenti della Chiesa locale, è rimasto bloccato per quasi una settimana nella zona del Paese per mancanza di carburante e ha toccato fugacemente con mano la realtà che vivono i suoi missionari. Eppure la sua è una parola di ottimismo e speranza.

Padre Teresino, sei appena rientrato dal Congo, un paese che tiene in allerta l’attenzione di molti non solo fra i Comboniani. Che impressione ne riporti?
E’ mia abitudine osservare subito la gente quando arrivo in una paese nuovo per me. E in Congo ho visto gente buona, con voglia di vivere, che non si arrende mai, in movimento, disposta a lottare nonostante la situazione disastrosa del paese; gente insomma con dignità, che ha fede in se stessa: le avversità non riusciranno mai a piegare gente così!

In questo paese, il Congo, la presenza straniera è forte. Come la vedi?
Tanta gente va in un paese diverso dal suo per interesse: per mantenere lo status quo di certe situazioni; altri per approfittarsene..., un modo gentile per dire “rubare”. L’idea è: meno sviluppo c’è, più si può prendere e la ricchezza resta nelle mani di pochi. E’ la prima tattica a servizio del potere. Poi la seconda: mantenere l’ignoranza perché la gente non pensi. E infine: dividere per meglio dominare. Cose vecchie viste dappertutto.
 
In questo contesto, la chiesa, il missionario che atteggiamento è chiamato ad avere?
Il missionario che arriva in un paese deve distinguersi subito. Il missionario non può vivere come straniero. Deve innamorarsi subito della gente… Il missionario va là per evangelizzare. E questo vuol dire portare il Dio della Verità, che fa aprire gli occhi, fa sgorgare la libertà interiore, rompe le catene che mantengono nella tristezza di svariate schiavitù, promuove lo sviluppo della persona. Non per far stendere la mano, ma per far mettere la mano all’aratro ed arrivare ad essere autosufficienti.

Come definiresti allora la prima necessità a cui la Chiesa in Congo deve pensare?
In Congo c’è bisogno di promuovere, come in parte stanno facendo, fraternità e comunione che nascono non dal potere, ma dall’amore al popolo. Spero che la Chiesa in Congo non sia di quelle che fa delle preferenze e va con chi “ha” ma che sta con chi “è”. “La speranza è la certezza delle cose che non si vedono”, diceva Paolo... Ho potuto avvicinare anche altri istituti oltre ai Comboniani. La mia impressione è che la Chiesa missionaria sia vicina al popolo: è là che è chiamata a mostrare un Dio di fraternità e comunione. In Congo, come in Sudan e in Etiopia, per citare alcuni posti, le parole non bastano più, ci vuole testimonianza vera, atteggiamenti che parlano: stare con, camminare con la gente. L’aspetto profetico della missione oggi è questo “camminare con”: che siano tortuosi o facili questi cammini, non importa, purché siano quelli della gente. E questo per creare speranza nel futuro. Un popolo che ha speranza cammina, avanza, chi non ha speranza è già sconfitto.

Quali allora gli ostacoli a questo “camminare con”, a questa speranza nel futuro?
Per “camminare con” occorre credere: credere in Dio che vuole essere amato nel povero, nel dimenticato, nel “suo popolo”. Credere che, nonostante le apparenze, Dio ha nelle sue mani il timone della storia di un popolo. Credere che il male si vince con il bene. Credere nella propria vocazione, cioè l’essere chiamati per creare e mantenere viva la speranza nel popolo di Dio. Il vero ostacolo,allora, è il non credere più.

Sei andato in Congo sopratutto per incontrare i Comboniani. Che impressione ne hai avuto? Cosa ti ha colpito nel loro fare missione?
La presenza comboniana in Congo è “vera missione”, missione difficile. Perché è una missione che esige, sfida, soprattutto nella zona nord: sacrifici per i viaggi, mancanza di strade, trasporti assenti anche per quel che è necessario per vivere, per svolgere i programmi. Tutta questa mancanza crea qualcosa di bello: la missione diventa star lì, solo perché il missionario ama il suo popolo. I Comboniani, nel nord del Congo, siamo al posto giusto, nel momento giusto. Si vede che la gente è la vera ricchezza della missione. Questo crea un’appartenenza reciproca: del popolo per il missionario e del missionario per il suo popolo.

Vuoi dire che le nostre comunità sono veramente missionarie?
Direi di sì, anzi mi pare che, almeno per quello che ho visto, i Comboniani in Congo sono un’icona del Cenacolo di Apostoli voluto dal Comboni. Il gruppo comboniano è configurato da quella geografia missionaria che il Comboni sognava: giovani e vecchi, americani ed europei, italiani e no, con un forte gruppo di africani e fanno missione insieme con tutte le difficoltà che la diversità può creare. Questo è bello, un cenacolo così, diverso e unito da uno stesso nome che proclama il Vangelo insieme. Certo non sono gli unici nell’Istituto, ma Congo e il trinomio Togo-Ghana-Benin sono all’avanguardia in questo senso. Tante culture, che insieme fanno cenacolo e missione, è profezia. Non è poesia la mia, vedo le difficoltà, ma essere e fare missione insieme è croce ed è già proclamazione del Vangelo.
Il Comboni sognava la missione imperniata anche sulla donna del Vangelo e sui laici...
Ho incontrato le suore comboniane ed altre religiose. Posso solamente lodare il loro impegno. Mi sembra anche che la collaborazione tra suore e religiosi sia buona. Nella collaborazione tutti guadagnano, soprattutto il popolo.
Incontrare i laici, poi, è stata una fortuna e un bel regalo. i laici comboniani, missionari locali mi hanno stupito. Sono rimasto bloccato diversi giorni nel Nord per mancanza di carburante all’aereo. L’incontro programmato con loro a Kinshasa è stato rinviato per tre volte. Alla fine mi aspettavo che non venisse nessuno. Invece era là, numerosi. Siamo rimasti insieme più di un’ora. Erano laici “congolesi”, sottolineo congolesi, perché sono missionari per i loro fratelli. Senza rendercene conto, forse pensiamo ancora al laico europeo, occidentale che va in missione a salvare il mondo. Invece loro dicevano: siamo qui ad aiutare i nostri fratelli: è l’Africa con l’Africa di Comboni. Loro, sul posto, a casa loro, come è ovvio hanno una marcia in più. Quante forze missionarie abbiamo nelle nostre missioni! Ed è questo il cammino che dobbiamo seguire. Essi possono essere evangelizzatori nel loro territorio ed evangelizzatori di chi va a evangelizzare.

C’è un segno che ti fa pensare: “Ecco i Missionari Comboniani qui sono sulla strada giusta o sbagliata”?
L’amore all’animazione missionaria. A Isiro, dove c’è tutto da fare, li ho sentiti parlare di animazione missionaria: ne sono rimasto impressionato. Anche se disorganizzata, anche se perseguitata da eventi che si chiamano dittatura, invasioni, guerra, sottosviluppo, la Chiesa parla di animazione missionaria. M’è sembrata una cosa grande! Per me, l’animazione missionaria è il termometro della missionarietà. Vederlo tra i comboniani mi fatto piacere. Siamo sulla strada giusta, mi sono detto. La rivista Afrique Espoir, i Mass Media, la diffusione della stampa missionaria significa che mentre evangelizza, il gruppo comboniano si preoccupa di creare evangelizzatori, di formare dirigenti responsabili, dI portare avanti il discorso della Chiesa come diaconia: la missione è diaconia e l’animazione missionaria è un segno di questa diaconia.
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