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INTERVISTA A MONS. GERNA

Apre una grande carta geografica del Brasile, mons. Aldo Gerna, dal 1971 al 2007 vescovo di Saô Mateus, nativo di Ponte Valtellina, 51 anni in Brasile. Apre la carta perché, prima di avviare la nostra conversazione forse è meglio presentare un po’ “il mio Brasile”.
“Il mio Brasile non è che una piccola parte di questa confederazione di Stati che è grande come circa trenta Italie. La fascia che io conosco è quella del litorale, che sale verso nord dallo Stato del Santo Spirito, uno degli Stati più piccoli del Paese (grande circa due volte la Lombardia) dove sorge la diocesi di Saô Mateus (circa sedicimila Km2). Si tratta di un territorio piuttosto limitato, che, trovandosi al diciassettesimo parallelo sud, gode di un clima molto favorevole e piacevole a due stagioni.”

Mons. Gerna, ci vuole raccontare la sua esperienza di missione in questi cinquantun anni di Brasile?
La grazia che mi è stata concessa, la mia grazia e il mio impegno, è stata quella di nascere, come cristiano e come missionario, con la Chiesa di Saô Mateus. Quando, nel 1957, arrivai in Brasile, nello Stato del Santo Spirito c’era una sola diocesi. In concomitanza con il Concilio Ecumenico fu aperta anche la diocesi di Saô Mateus.  Mi fu chiesto di affiancare il vescovo di allora, il mio predecessore, nell’impostazione della diocesi e poi nel 1971 sono diventato vescovo. Per la “costruzione” di questa nuova diocesi è stata importante la spinta data dal Concilio Ecumenico prima e poi dalle conferenze episcopali che da Medellin di sono succedute. Sono stati grandi punti di riferimento, in modo diverso da come sono stati vissuti in Europa.

In che senso?
Qui si ha l’impressione che il Concilio Ecumenico sia stato il punto di arrivo. In Brasile è stato visto come punto di partenza per la Chiesa, perché si garantisse l’evoluzione. In Europa si vive una tendenza al recupero nella lettura della fede o della morale o della liturgia; in Brasile si sente la spinta della crescita, la necessità dell’innovazione a partire dalle realtà locali. L’idea del cattolicesimo brasiliano è diversa da quella europea, altra è la cultura e la storia della Chiesa. In Brasile è centrale il ruolo della Chiesa locale, forte il senso di attualizzazione e di dinamismo. Si può dire lo stesso per l’Europa? Certo, la Chiesa brasiliana è una Chiesa senza tradizione e questo può essere negativo, ma ha anche tanta positività, perché ha la possibilità di creare la propria tradizione, di creare e essere creata nella fede.

Come ha impostato il suo episcopato?
Sono stato vescovo per trentasei anni, troppi. Troppi perché si ha bisogno di cambiare per poter davvero essere innovativi, troppi per il popolo, troppi anche per me. Ma sono stati anni di lavoro.
Il mio predecessore è stato vescovo per undici anni e si è impegnato soprattutto nella costruzione di strutture, sia fisiche sia di organizzazione generale. La priorità è stata la costruzione di scuole e di ospedali: nei primi quindici anni di vita la diocesi ha costruito circa quindici scuole e cinque ospedali. L’impostazione era quindi quella tipicamente sacramentalista di stampo forse preconciliare e promozionale-assistenzialista. Dopo il Concilio ci si è dedicati a un periodo di autocritica che ha portato a tanti cambiamenti. Si è deciso di non essere più degli “esecutori di opere” ma di puntare sulla coscientizzazione, sull’educazione del popolo al senso della vita e della responsabilità. Questa è diventata la nostra priorità: a questo punto abbiamo deciso di “abbandonare” le opere sociali fatte fino ad allora. Scuole e ospedali sono passati nelle mani del governo o di organizzazioni specializzate come quella dei camilliani.

È iniziata quindi una sorta di seconda fase per la diocesi di Saô Mateus?
Sì, e ci siamo accorti che nelle nostre mani avevamo una libertà che fino ad allora ci era sconosciuta: la libertà di non essere debitori nei confronti di nessuno, soprattutto nei confronti dei potenti e della politica. Non avevamo più debiti, non i debiti delle sovvenzioni o quelli delle autorizzazioni, avevamo libertà di stare in piedi da soli, libertà di parola e di espressione. Non è stata certo abbandonata la promozione umana, ma la si è fatta in una nuova prospettiva. Ci siamo così rivolti alla formazione del Popolo Santo di Dio. Sa, usavo spesso questa espressione quando parlavo alla gente “Popolo Santo di Dio” e loro ne ridevano; per me è un’espressione semplice ma di rispetto e di esortazione per la gente… è rimasta come segno del mio passaggio. Si è puntato quindi alla scuola della Fede e si è voluto incidere anche da un punto di vista politico. Certo perché si è detto alla gente che i cristiani cattolici devono entrare nella vita pubblica per trasformarla e non devono invece lasciarsi trascinare o corrompere dal sistema. Questo non è un punto semplice da far comprendere.

Quali sono gli strumenti che avete adottato per la formazione?
Abbiamo puntato soprattutto alla formazione di comunità ecclesiali, piccole, anche se forse solo in modo relativo. L’obiettivo che abbiamo voluto raggiungere è quello di creare una vera e propria rete di comunità e per fare ciò si sono dovute pensare e proporre molte attività. Abbiamo anche deciso di escludere il coinvolgimento dei movimenti ecclesiali proprio per permettere di tessere una rete che coinvolgesse tutta la popolazione. Si sono pensati anche dei criteri da tener presenti: ad esempio si è deciso che soprattutto nelle campagne dovessero esserci cappelle in modo tale da permettere alla gente di partecipare alle funzioni e alle attività senza camminare più di una o al massimo due ore. La comunità doveva diventare punto di riferimento anche fisico, per cui si è incentivata la costruzione di piccole chiesette, che all’inizio erano magari alberi o le aule della scuoletta. Si è poi puntato sull’organizzazione che desse l’anima alle comunità: in primo luogo ogni centro doveva avere il suo gruppo di riflessione o gruppo biblico che curasse insomma la catechesi degli adulti. Si è lavorato tanto sulla centralità della Bibbia nella vita del cristiano, ma con una lettura della Bibbia che fosse digeribile anche alla gente più semplice. Si sono pensati dei sussidi di riflessione sui temi più vari, dalla politica alla morale. Poi si è garantita la catechesi a tutti le altre categorie, dai bambini alle famiglie… e si è reso centrale il culto della domenica, il culto della Parola che veniva celebrato in tutte le comunità indipendentemente dalla presenza o meno del Santissimo e della celebrazione dell’eucarestia. Per fare tutto questo abbiamo dovuto lavorare soprattutto alla formazione degli animatori delle comunità, dai catechisti ai responsabili della Parola, dell’organizzazione, della raccolta della decima. Con la decima abbiamo pensato di responsabilizzare la comunità alla partecipazione alla vita diocesana. L’intera diocesi, dal vescovo ai sacerdoti ha sempre vissuto, certo semplicemente e in povertà, solo col denaro raccolto dalla decima, che è suggerita e non obbligatoria. All’inizio la nostra rete era composta da sessanta/settanta comunità, oggi sono circa settecento con uno spostamento costante dalle campagne verso la città. La gente migra verso le periferie e vi si stabilisce e quasi spontaneamente cerca e organizza nuove comunità. La vita comunitaria a Saô Mateus funziona e abbiamo avuto un’approvazione significativa nell’ultima visita che abbiamo fatto a Papa Giovanni Paolo II che ha elogiato la capacità evangelizzatrice delle nostre comunità ecclesiali.
Certo, la formazione deve essere rivolta a tutti: ai preti, che formiamo e che, mi piace dire, “produciamo” nel nostro seminario; ai laici, per i quali il vecchio seminario è stato adibito a centro di incontri; ai religiosi su cui si sta puntando per incentivare le vocazioni (ormai da Saô Mateus sono nate un centinaio di suore diversi missionari e si sta avviando un monastero di suore benedettine).

Quale è la situazione politica e sociale del Paese?
Tutto il mondo sa che il Brasile è al terzo posto per l’ingiustizia sociale nella divisione dei beni. Con il nuovo presidente Lula, il presidente operaio che tanto ha fatto sperare le cose un po’ in effetti sono migliorate: è diminuita la fame e non è poco. Lula si presenta come la frattura con il passato teorico di dominio di alcune esclusive classi politiche e si sta comportando con una certa coerenza. Alcuni cattolici stanno cercando di impegnarsi nella vita politica, ma non è facile sfondare la tradizione dominante.

Quando si parla di America Latina si sente spesso discutere sull’avanzare delle chiese protestanti e delle sette. Come è la situazione in Brasile e a Saô Mateus?
Purtroppo è un problema reale che sta prendendo dimensioni sempre più vaste. Accanto alle chiese protestanti, quale quella luterana o metodista, con le quali si dialoga abbastanza stanno sorgendo tante sette, soprattutto quelle pentecostali. Nel 1890 in Brasile si poteva affermare che il 100% della popolazione fosse cattolica, in cento anni sono scesi al 90%, negli ultimi dieci anni si è arrivati al 75%. A Saô Mateus ci sono trenta comunità cattoliche mentre una stima dice che ci sono circa cento chiese delle sette, alcune delle quali sono delle vere e proprie società di capitale interessate più al profitto che al vangelo. A questi dati va aggiunto il fatto che l’11% della popolazione afferma di non avere nessuna divinità. Sono probabilmente i cattolici insoddisfatti che si sono rivolti magari prima ad altre chiese, poi la disillusione li ha portati all’abbandono. È per questo che è fondamentale il ruolo dei laici e la loro testimonianza.

In una lettera che ha spedito al CMD diceva: “Voglio essere vescovo della gente, il meno possibile vescovo della curia.” Ci può spiegare questa affermazione?
Negli anni in cui sono stato vescovo ho viaggiato molto per la mia diocesi. Quando fui eletto feci allestire uno studio per incontrare il popolo: non l’ho mai usato, sono sempre stato io ad andare dal popolo. Nei trentasei anni a Saô Mateus ho celebrato solo io le cresime e sono state ottantamila. Quando le parrocchie restavano senza parroco andavo io… a volte ho anche esagerato: una volta sono stato in una parrocchia per trentacinque giorni.

E oggi?
Oggi mi sto abituando alla vita quotidiana. Vivo a Guriri, una isoletta sulla costa di Saô Mateus. È un piccolo paradiso dove cerco di aiutare i preti che già vi lavorano nelle attività della parrocchia. È famosa per il carnevale quando si trasforma in un luogo di festa molto affollato; di fatto però durante l’anno è una sorta di dormitorio e di giorno è quasi deserta. Ho dei progetti che pian piano…

Quali sono le sfide della missione oggi?
È finito il tempo della missione tradizionale la cui preoccupazione era quella dei numeri. Sono giunti i tempi di cambiare… il missionario non parte più per essere protagonista ma per essere accolto dalla gente presso cui si trasferisce e deve andare con le tasche vuote… gli aiuti servono ma spesso sono un limite. La missione è la Chiesa nel Mondo, un mondo ormai paganizzato e deve essere di tutti i cristiani al servizio del Regno di Dio.
 

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