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CAMERUN - Agosto 2008

 


I giovani in Cameroun

Il Vangelo come parola che plasma

“Passando e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un'ara con un'iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio”. (At 17, 23)

Ed è proprio una Chiesa fresca di annuncio quella che abbiamo avuto la fortuna di incontrare. Per tre settimane è stato come avere la possibilità di tornare indietro nel tempo, a quando la Parola di Dio portata dai discepoli con la forza ricevuta dallo Spirito Santo correva di città in città, aprendo le porte del mondo pagano e creando nuove comunità.
Oggi per noi è quasi scontato, si nasce e si è cristiani, ma “per caso”, senza volerlo, perché queste sono le radici, questa è la storia, il contesto in cui ci è dato di vivere. Il rischio allora è quello di essere cristiani più di facciata che in sostanza; per questo serve che ognuno cammini e approfondisca a posteriori, ricerchi ragioni per credere. Dove invece la buona novella è davvero annuncio di Novità il cristiano ha l'etichetta “per scelta” e i passi del suo cammino sono un percorso non di riscoperta, ma di preparazione.

È stato per noi bellissimo trovarci immersi in una Chiesa giovane: gioia emanata da tutti i pori, vita, entusiasmo, partecipazione. Ciò che ha lasciato tutti quanti stupiti è stato il ruolo importante, anzi,  portante non tanto del sacerdote, ma più dei laici nella gestione della comunità, il loro vivere da protagonisti. Questo accade anche perché in Africa ogni cosa è dilatata, il tempo, lo spazio... Le cosiddette parrocchie corrisponderebbero, in quanto ad estensione, a quelle che per noi sono le diocesi; le parrocchie sono a loro volta suddivise in settori (le nostre zone pastorali) ed ogni settore è formato da comunità (le nostre parrocchie)... è facile capire come la presenza del prete, uno per parrocchia, non possa essere quotidiana in ogni comunità, ma necessariamente itinerante. Capita addirittura che in alcuni villaggi la Messa possa essere celebrata una volta sola all'anno. Non per questo però le comunità hanno vita ad intermittenza (la corrente che dà luce è la Parola, non il prete!) anzi, proprio per questo sono vitali, dinamiche e vi è autonomia nel celebrare la Liturgia della Parola, grazie a catechisti laici che si assumono in prima persona l'impegno di guidare le CEV (Comunità Ecclesiali Viventi)  Sono gruppi animati dal Vangelo e dallo Spirito che portano avanti servizi e strutture necessarie. E anche a livello giovanile abbiamo avuto di che imparare come non si possa sempre aspettare l'iniziativa del prete.

Certamente questa Chiesa giovane, ricca di energie, ha pure le sue fragilità, più o meno accentuate,  ma che sono le stesse nostre.
È difficile separarsi in modo radicale dai retaggi della religione tradizionale: abbandonata sì da chi si converte e riceve il battesimo, ma che resta comunque parte della cultura, sta sullo sfondo e nei momenti di cedimento riemerge, con i suoi stregoni e le sue are a dei ignoti, con un  “non si sa mai...”. Frequente è anche le scelta di chi celebra il matrimonio cristiano, ma non lo vuole ufficializzare con quello civile, perché l'usanza della poligamia suggerisce di non fare scelte troppo definitive, anche in questo caso “non si sa mai...”
Non è facile tradurre coerentemente i valori proposti dal cristianesimo nell'agire sociale, in un mondo dove la corruzione è la normalità. Non è facile nemmeno essere prete in modo autentico perché per i preti locali spesso l'appartenenza al clero è vista come possibilità di far carriera, arricchirsi e acquistare potere. Queste debolezze sono da riconoscere, ricordando però che questa chiesa nostra sorella ha alle spalle una storia di neanche un secolo, noi invece abbiamo avuto ben 1500 anni per crescere e almeno migliorare (se non eliminare) difetti che un tempo ci appartenevano.

Fare missione è allora aiutare a crescere. E per farlo tre sono i nodi su cui abbiamo visto reggersi l'intreccio: l'annuncio, l'educazione e l'impegno nella promozione umana. Fare missione è fare tutto ciò, ma con un certo stile: presenza e pazienza. Presenza perché per educare a una mentalità diversa bisogna stare con la gente, testimoniare con la vita. Missione è esserci. Pazienza perché per far entrare nella vita la novità del Vangelo e la diversità dello stile che necessariamente ne deriva serve tempo.
Abbiamo capito che non serve la smania del costruire (l'assistenzialismo non educa!), perché missione non è tappare i buchi lasciati dallo Stato, missione non è costruire strutture che poi localmente non possono essere gestite, non è sostituirsi creando dipendenza. Missione è dare una mano, far crescere fino a rendere capace una comunità di camminare con le proprie gambe perché la missione finisce, la Chiesa resta.

La Chiesa è opera di Dio, non progetto di uomini – per quanto grandi essi siano – un Dio non ignoto, ma che ha un nome e un volto. E va annunciato.

 DIARIO DI UN’ESPERIENZA INDIMENTICABILE

Raccontare l’esperienza africana non è semplice… la testa è colma di ricordi, emozioni, modi, situazioni, visi e sorrisi, tanti sorrisi; sembra quasi di essere stati in un bel sogno dal quale, una volta risvegliati si hanno occhi diversi, nuovi su una realtà ben nota. Lo stato d’animo che fa da cornice a tutto ciò che si è vissuto è ben riassunto in poche righe che, a caldo, alcuni di noi hanno scritto la sera del rientro: “… stasera tutto è strano… l’aria non ha odore né sapore, silenzio dappertutto, bagni e cibi fin troppo puliti, foto che scorrono di ricordi che solo noi possiamo capire, sorrisi e pianti che vengono spontanei ricordando una terra ormai lontana!! Siamo tutti, più o meno, pronti a tornare alla nostra quotidianità… con una ricchezza in più! E’ tutto strano ma è stato stupendo viverlo con voi. Grazie di cuore africano. Luna e Albe”.
Questo è tutto ciò che c’è da dire, è una sensazione così particolare che si fa fatica a descriverla, ci sono moltissime diversità ma anche tante uguaglianze, molte contraddizioni in una terra povera fuori ma molto ricca dentro… Ma partiamo dal principio.
Tutto è iniziato con il viaggio aereo verso la capitale del Cameroun, Yaoundè, e già l’emozione si faceva sentire quando, dal finestrino, si vedeva per la prima volta il suolo africano… era l’Africa… la grande terra nera. La curiosità di vedere, sentire e toccare tutto con mano, la voglia di assaporare i gusti e le tradizioni aumentava istante dopo istante.
Giunti all’aeroporto abbiamo iniziato a sperimentare le prime differenze, gente che ti assale per chiedere di portarti le valigie, taxisti che si insultano per prendere il lavoro (14 bianchi sono un bel bottino) e tu, lì nel mezzo, ti senti oggetto di una disputa vera, viva, reale, necessaria per vivere… e poi, con il passare dei giorni, ti accorgi che l’Africa, almeno quella che abbiamo visto noi, è così.
La prima notte siamo stati ospiti in un centro di accoglienza “La Casba” e lì abbiamo potuto riprendere un po’ di forze. Il giorno seguente, prima di partire per l’estremo nord (come lo chiamano in Cameroun) abbiamo fatto una chiacchierata con don Gianni Allievi, invitato a testimoniare la situazione di vita nella parrocchia di Bimenguè, ex missione diocesana situata nell’estremo sud del Cameroun, a ridosso del Gabon, in mezzo alla foresta. Verso tarda serata abbiamo preso l’unico treno che parte dalla capitale e arriva nella città di Ngaundarè, a circa due terzi (da sud) del territorio… per spostarsi dalla capitale verso nord non ci sono molte chance, o quello o nulla. E’ da raccontare che solo per attraversare la stazione, organizzare i bagagli e posizionarsi sul treno ci si sentiva in una situazione piuttosto surreale, in uno stato di impotenza con insorgere di sensazioni miste tra paura e avventura… insistenti richieste di aiuto, gente che vendeva, gente che tentava di rubare dagli zaini… insomma un vero caos per noi, una normalità per chi vive lì. Alla fine si è partiti verso la missione, il viaggio è stato lungo ma non impossibile… si è scoperto che la linea ferroviaria fungeva da asse per il piccolo ed occasionale commercio; ad ogni fermata del treno, ad ogni ora, la sera, la notte e la mattina, decine e decine di donne e bambini si avvicinavano ai finestrini per vendere i pochi beni della terra di cui dispongono sperando che tu, viaggiatore, li desideri proprio in quel momento. Difficilmente alcuni suoni usciranno dalla nostra memoria… l’eau, l’eau, l’eau, l’eau (acqua)… baton, baton, baton, baton (manioca… un ortaggio molto buono??!?!!!?)… ananà, ananà, ananà, ananà (ananas) anche perché ritornavano periodicamente a destabilizzare quel sonno che qualcuno ha definito modalità stand-by (hai gli occhi chiusi ma senti….. ci sei ma non ci sei). Giunti a Ngaudarè, il giorno dopo, siamo partiti alla volta della missione di Mokolò che abbiamo raggiunto, previo incidente con una mucca, a bordo del poi mitico Mokolò Express guidato dall’altrettanto mitico Christoph che è diventato “uno di noi”.
Da qui in poi abbiamo vissuto due settimane molto intense, una a Mokolò e l’altra a  Mogodè, fatte di incontri con la gente, di relazioni strette soprattutto con i giovani dei posti visitati e di osservazione delle situazioni di vita… delle condizioni abituali di vita. Nel primo periodo abbiamo potuto toccare le varie realtà nate con l’aiuto dei missionari fidei donum, tutte diverse tra loro ma tutte accomunate dallo spirito di educazione e crescita in comunione e nel rispetto del singolo. E’ stato positivo ed istruttivo l’incontro con i giovani della parrocchia di Mokolò settori di Mbouà e Dimboulon, con loro non sempre abbiamo avuto modo di comprenderci, per via della lingua, ma in più di un'occasione l'intesa è stata impeccabile, bastava uno sguardo, un gesto. In queste occasioni abbiamo potuto approfondire la conoscenza con questi ragazzi/e e ci siamo posti, reciprocamente, molte domande riguardanti la vita e l’organizzazione dei gruppi giovanili; qui scopri che non ci sono differenze se non nei mezzi che si hanno a disposizione. Accompagnati sempre da Don Giusto, Brunetta e da un folto gruppo di giovani molto disponibili, abbiamo avuto l’occasione di visitare varie realtà della parrocchia cercando di capire, oltre allo spirito con cui queste attività vengono svolte, anche le difficoltà ed i problemi che stanno dietro a queste richieste di aiuto. Sicuramente il ruolo dei fidei donum è stato fondamentale per comprendere meglio le cose, proprio perché loro, in quella realtà, ci vivono da anni.
Altre proposte importanti che ci sono state presentate sono certamente la visita al carcere della città, nel quale siamo stati accolti dalla piccola comunità cristiana interna al carcere stesso e dalla quale ci è stato rivolto un emozionante e caloroso saluto e ringraziamento, il lebbrosario dove vengono curati e riabilitati i malati di lebbra, l’esperienza della comunità di Emmaus nella quale 13 famiglie vivono un percorso di 22 mesi e vengono educate a vivere come nucleo famigliare che faccia poi da modello nella società, l’Amitiè (iniziativa sostenuta dall’associazione “La zolla” di Albate) in cui un insegnante autoctono istruisce delle persone del posto sulle modalità di coltivazione in modo da far rendere di più il raccolto e migliorare la qualità della vita, la visita alla scuola per ciechi sostenuta ed aiutata sempre dai missionari con l’appoggio della nostra diocesi. 
Oltre a queste attività di conoscenza, abbiamo condiviso con i ragazzi di Mokolò anche dei bei momenti di spiritualità, dalla S.Messa insieme ai canti e i balli, dallo spettacolo per la festa dell’Assunta alla tanto attesa sfida a calcio Italia vs Cameroun. Tra un incontro e l’altro, un dialogo ed una contrattazione al mercato, i giorni sono davvero volati….e il tempo, in Cameroun è dettato dal ritmo della vita  e non dall’orologio, erano le gocce di pioggia a scandire il ritmo della giornata (ci si vede quando finisce di piovere si è detto più di una volta).
Nella seconda fase dell’esperienza, guidati da don Angelo e don Corrado, ci siamo recati a Mogodè, sul confine con la Nigeria. In questa seconda settimana abbiamo avuto modo di approfondire la conoscenza della missione che si estende in cinque settori. L’organizzazione della missione è un po’ differente rispetto a quella di Mokolò, sia per questioni di estensione del territorio sia per il fatto che ci si sposta nella bruce (campagna). Anche all’arrivo in questa nuova parrocchia ci è stata dedicata una calorosissima accoglienza, fatta di canti e balli, intrisi di tradizione e dedizione; anche noi (come a Mokolò) ci siamo presentati con nome, cognome, professione, età e stato civile (a volte) proprio perché i missionari ci hanno fatto capire che è molto importante farsi identificare e far capire a chi ci sta di fronte chi siamo, perché siamo lì e la nostra condizione sociale e personale di vita. In questo secondo ritaglio di esperienza abbiamo ascoltato alcune belle testimonianze di persone passate al cristianesimo da pochi anni, persone che hanno alle spalle una vita vissuta con le regole della tradizione e che ora hanno scelto di approfondire la conoscenza con Gesù. E’ qui inoltre, a Mogodè che abbiamo avuto incontri interessanti ed allo stesso tempo buffi con personaggi che forse, per noi, non hanno senso, ma che per la cultura Kapsiky (etnia di quella zona) hanno un’importanza notevole. Questi personaggi sono “l’Amidò”, capo di 28 villaggi mussulmani e sostituto, in alcuni casi, della giustizia statale, lo “chef”, cioè il re del villaggio che ci ha dato la sua benedizione e lo stregone che ci ha letto il futuro tramite un granchio che scorrazzava in un vaso… interessante osservare queste persone, comprendere che quella situazione non è un gioco, è verità, realtà. Oltre agli incontri con gente del posto abbiamo vissuto l’evento centrale che ha caratterizzato questa seconda settimana, la nascita di una nuova parrocchia. La missione di Mogodè, che formava un’unica parrocchia, si è divisa in due dando alla luce la nuova comunità di Rhumzou. Con una Messa solenne in presenza del vescovo Philipe si è festeggiata l’entrata del nuovo parroco don Corrado e soprattutto l’uscita ed il saluto al precedente parroco, don Andrea… la Messa è stata scandita dal ritmo delle solite urla che le donne facevano come segno di manifestazione della propria libertà e della propria gioia. Il saluto ed il ringraziamento a don Andrea sono stati spettacolari, non si sono mai visti tanti regali e tante donazioni da parte della gente… i regali non erano cose futili ma doni della terra… fondamentali per la vita di chi li donava. La giornata è poi proseguita con balli, canti e giochi. Anche durante la permanenza in questa missione il tempo (Cronos) è stato tiranno ed è volato via. Il tempo però ha plasmato occasioni per rafforzare la conoscenza tra noi stessi, partecipare e godere delle S.Messe che don Natalino celebrava in una bella chiesetta a forma di capanna, cantare tanto e parlare altrettanto, giocare nei momenti di pausa (pochi), condividere emozioni, scalare montagne, rischiare la vita e… sostenersi nei pochi momenti di debolezza. Conclusa l’esperienza a Mogodè ci siamo spinti verso sud e abbiamo avuto modo di visitare la missione di Bimenguè. L’emozione era tanta perché ci si addentrava nella foresta e non si sapeva bene a cosa si andasse incontro. L’adattamento è stato molto più semplice perché pieni di esperienza dalle altre due missioni mentre la curiosità rimaneva la stessa. In questo frangente di tempo abbiamo incontrato a Biba una delle comunità della parrochia (S.Agostino), abbiamo mangiato con loro (l’armadillo) ed abbiamo osservato tutto il lavoro che padre Gianni ha svolto e coordinato in più di trent’anni di permanenza in Cameroun.
Non c’è stato molto tempo per gli incontri con la gente ma abbiamo apprezzato il suono degli xilofoni, il combattimento con l’oca ed il sapore della carne di vipera… deliziosa.
Da quel momento in poi si era ormai proiettati al rientro, infatti il tempo è trascorso e ci siamo ritrovati a Zurigo senza quasi accorgerci di quello che ci capitava intorno…
I saluti sono stati commuoventi, come sempre del resto e ciò che adesso portiamo nei nostri cuori lo riverseremo come testimonianza per tutti. Abbiamo trovato, nel Signore, l’unità che ci rende fratelli nel bene e nella gioia di Dio. Si è detto spesso… buon cammino… o buona strada… e questo lo auguriamo a tutti, con cuore africano.


 

I Partecipanti 

 Luca, Vincenzo, Alessandro, Laura, Stefania, Christian, Alberto, Luna, Anna, Francesca, Manuela, Don Natalino

 

 

Galleria Fotografica

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Guarda le immagini che colgono vari momenti dell'esperienza.

 

 

 

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