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Tema del Mese
Maggio 2012
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Sperando nella pace
In Sudan il rischio di una nuova guerra
Per i missionari e missionarie comboniani il Sudan è un Paese speciale, dove Daniele Comboni forgiò la sua santità in un contesto che un secolo e mezzo fa poneva grandi sfide all’evangelizzazione. La costante presenza di conflitti su larga scala, o limitati ad aree specifiche, fu e continua ad essere una delle sfide. Il corrente mese di aprile ha visto l’acuirsi di una crisi da tempo latente a minore intensità.
Heiglig
I giornalisti stanno sforzandosi in questi giorni di apprendere la corretta pronuncia di una località al confine fra la Repubblica del Sudan e la Repubblica del Sud Sudan. Con una mossa che ha sorpreso la comunità internazionale e non era prevista neppure dal Governo di Khartoum, Salva Kiir, il Presidente del Sud, lo scorso 12 aprile ha inviato un contingente dell’esercito a occupare Heiglig, dove si trovano il 50% dei pozzi di petrolio rimasti al Nord dopo la separazione del Sud Sudan lo scorso anno. In effetti, da vari mesi erano in corso schermaglie di confine fra gli eserciti dei due Paesi. Il Governo di Omar al-Bashir, Presidente del Sudan, ha ripetutamente inviato aerei da guerra a bombardare territorio del Sud, particolarmente dove si trovano i pozzi di petrolio. Il 9 luglio 2011 a malincuore Khartoum aveva accettato l’indipendenza del Sud Sudan, ciò che significò tra l’altro la perdita netta del 75% delle risorse petrolifere dal momento che la maggior parte del greggio si trova al Sud. I lunghi negoziati aventi lo scopo di trovare forme di cooperazione fra le due nazioni volte ad ammortizzare la perdita economica subita da Khartoum non hanno portato a un accordo. Lo scorso gennaio, giunto all’esasperazione, il Governo di Juba, capitale del Sud, ha completamente fermato la produzione di greggio. Le conseguenze non hanno tardato a farsi sentire in entrambi i Paesi, dal momento che il Sud, per raggiungere il mare deve utilizzare l’oleodotto che attraversa i territori del Nord. Il blocco dell’estrazione del petrolio del Sud ha comportato per questo Paese la repentina perdita del 98% delle proprie risorse economiche. La costruzione di un oleodotto alternativo con sbocco a Jibuti o in Kenya è un’impresa che richiede anni, se pure verrà realizzata. Khartoum, che riceveva parte del greggio in pagamento per l’utilizzo delle proprie strutture per trasportare il petrolio fino al Mar Rosso e anche per raffinarlo, si è trovata con un quarto dei pozzi di cui disponeva prima dell’indipendenza del Sud e, da gennaio, senza la percentuale che Juba pagava. L’occupazione di Heiglig da parte dell’SPLA, l’esercito di Juba, e il conseguente blocco di metà della produzione di greggio del Sudan, è un affronto particolarmente intollerabile.
Ragioni di un lungo disaccordo
Fino al 2011 il Sudan era il Paese più grande dell’Africa. Non c’è dunque da stupirsi della complessità della storia, del tessuto sociale e politico di un’area che misurava nove volte l’Italia. L’interpretazione della presente crisi non può prescindere dalla conoscenza delle sue radici storiche. In questa sede non è possibile addentrarsi in un argomento che ha già occupato volumi; mi limito ad esporre ciò che è il frutto della mia osservazione. Dopo quasi 18 anni in questo Paese, non sono purtroppo stupita di questo ennesimo conflitto. In questo periodo non c’è mai stato un singolo giorno in cui si sia potuto parlare di una situazione di pace in tutto il Sudan: in parallelo al sofferto accordo di pace del 2005 fra Nord e Sud, c’è stata la guerra in Darfur. Prima ancora della dichiarazione di indipendenza di Juba è scoppiato il conflitto sui Monti Nuba, e così di seguito. Avendo vissuto la mia esperienza missionaria sia a Khartoum che in varie aree del Sud, ho avuto modo di seguire il processo dell’indipendenza del Sud Sudan e di vederne il compimento, una grazia che a tanti missionari non è stato dato di vedere. Allo stesso tempo, pur trovandomi ora al Sud, non posso fare a meno di pensare in prospettiva dei due Sudan e di pregare che entrambi i Paesi trovino la via della pace. La Chiesa cattolica e le Chiese Protestanti, composte in gran parte di Sud Sudanesi, hanno favorito direttamente e indirettamente l’indipendenza del Sud, così come in generale i missionari. Il Sudan era uno dei Paesi africani i cui confini vennero arbitrariamente tracciati dalle potenze coloniali, un’ingiustizia di fondo foriera di conseguenze. Il potere politico e decisionale venne da subito (1956) attribuito al governo arabo di Khartoum. Il ricordo delle razzie di schiavi era ancora vivo nella popolazione africana del Sud e la ribellione armata scoppiò immediatamente, ciò che condusse, dopo mezzo secolo e due milioni di morti, al referendum per la separazione. Dopo aver sfruttato l’avorio e gli schiavi, Khartoum negli anni ’90 iniziò a sfruttare il petrolio del Sud con la connivenza di multinazionali straniere che non si fecero scrupoli ad estrarre l’oro nero in aree che erano state a forza spopolate. La perdita del diritto sul petrolio dopo l’indipendenza del Sud è stato un durissimo colpo per il Sudan che ha dapprima cercato di imporre tariffe elevatissime a Juba per l’utilizzo del proprio oleodotto per l’esportazione. Dopo il rifiuto di Juba di pagare in tasse circa un terzo del valore di ogni barile e il blocco della produzione al Sud, Khartoum dall’inizio di quest’anno ha iniziato schermaglie di confine verso i pozzi di petrolio del Sud, inclusi bombardamenti aerei, come già ricordato. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la scoperta, in marzo, di un oleodotto clandestino che dai territori del Nord stava per entrare nei territori del Sud. Ciò ha confermato quanto Juba da mesi sospettava, cioè che il Sudan aveva l’intenzione di ‘riprendersi’ le aree del Sud dove si trova petrolio. Salva Kiir ha pertanto giustificato l’occupazione di Heiglig come reazione del Sud e misura volta a prevenire un’invasione.
suor Elena Balatti
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