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Mujeres, mujeres de Bolivia

Aprile 2007 - Poco tempo fa Vanessa Ghielmetti, missionaria laica in Bolivia, nata nella nostra diocesi, ci ha mandato le storie di alcune donne boliviane. Ne leggiamo le parole, ed i loro volti prendono forma, ci compaiono davanti ed entrano un po’ nella nostra vita. Sono "donne, donne di Bolivia".

"Siamo Rosemery, Maria, Celia e Elizabeh. Siamo donne, madri e lavoratrici. Viviamo in Bolivia.
Siamo donne, madri e lavoratrici come le altre quattro milioni che vivono qui, o che, chissà, ora lavorano in Spagna o a Bergamo, dove stanno tentando di trovare un futuro migliore.
Noi siamo rimaste qui, perchè questo è il nostro posto e perchè non vogliamo e, forse, non possiamo lasciare i nostri figli.
Abbiamo visi normali, mani ed unghie forti perchè con queste sole siamo spesso rimaste aggrappate alla vita, abbiamo sguardi vuoti di lacrime, ma ancora capaci di scrutare l’orizzonte e di sperare. Abbiamo cuori forti, che non hanno paura della vita, sebbene questa abbia agitato molte volte i suoi fantasmi. Abbiamo cuori forti e corpi percorsi da mille cicatrici che nascondiamo a noi stesse per non tornare a soffrire più.
Siamo donne di Bolivia, né più e né meno delle altre, e nelle nostre storie si possono ritrovare le impronte di passi già compiuti e da compiere, quelli delle nostre madri e delle nostre figlie che, speriamo, possano arrivare ben più in là di dove ci hanno condotto le forze ed il destino.
Abbiamo deciso di uscire dall’anonimato delle nostre strade polverose e dei nostri quartieri di fango per raccontarvi frammenti vergognosi di storie tremendamente qualunque, per scuotere il silenzio dalla disperazione dei giorni grigi che molte di noi hanno attraversato, e per gridare la nostra speranza.
Per farlo, abbiamo sfidato vergogna e pudore, la vergogna di essere giudicate come perdenti, il pudore di mettere a nudo cicatrici imbarazzanti. Però alla fine lo abbiamo fatto. E questo, non tanto per suscitare la vostra pietà, o perchè ci dedichiate un pateravegloria. Avevamo bisogno di sentirci ascoltate, fosse solo per un momento, e così ritrovare il calore smarrito della dignità.
L’esperienza di questo attimo già ci basta per andare avanti.
Siamo Rosemery, Maria, Celia, Elizabeth. Siamo donne, madri e lavoratrici. Viviamo a Cochabamaba..."

Poeticando

Qualunque sia la tua condizione di vita,
pensa a te e ai tuoi cari,
ma non lasciarti imprigionare
nell'angusta cerchia
della tua piccola famiglia.
Una volta per tutte
adotta la famiglia umana.
Bada a non sentirti estraneo al mondo:
sii un essere umano in mezzo agli altri.
Nessun problema,
di qualunque popolo,
ti sia indifferente.
Vibra con le gioie e le speranze
di ogni gruppo umano.
Fa' tue le sofferenze e le umiliazioni
dei tuoi fratelli di umanità.
Vivi a scala mondiale
o, meglio ancora, universale.
Cancella dal tuo vocabolario le parole:
nemico, inimicizia, odio
risentimento, rancore...
Nei tuoi pensieri,
nel tuo desiderio e nelle tue azioni
sforzati di essere,
e di esserlo veramente,
magnanimo.

di Helder Camara

Il mio nome è Rosemery

Mujeres, mujeres de Bolivia Il mio nome è Rosemery Benabides, ho 34 anni e sono originaria di Oruro, la città del Carnevale, da cui me ne sono andata all’età di 19 anni con mia sorella, entrambe alla ricerca di un lavoro. Così siamo arrivate a Cochabamba dove attualmente vivo, nel barrio di Villa Pagador, zona Sud della città.
Mia sorella venne via da Oruro con tutta la sua famiglia, così che mentre lavorava, io restavo a casa per curare i suoi due figli e attendere alle faccende domestiche, in cambio di un piatto caldo, di un tetto sotto il quale dormire e alcuni vestiti. Tuttavia, io volevo un lavoro, un lavoro vero che mi permettesse di guadagnare qualche soldo ed essere indipendente.
Fu così che un giono conobbi la madrina di mio nipote la quale mi invitò ad andare a lavorare per lei come ‘empleada’ (domestica). La casa era grande e già vi lavoravano altre empleadas. Tutto andava per il meglio. La domenica andavo a visitare mia sorella e la sua famiglia e durante la settimana restavo con la Signora per lavorare.
Una domenica, però, qualcosa andò storta. Fu durante una di queste visite alla famiglia di mia sorella, infatti, che mi trovai sola mio cognato completamente ubriaco. Approfittando del fatto che non c’era nessuno in casa, questi mi aggredì tentando di violentarmi. A fatica riuscii a liberarmi di lui, e con la forza della disperazione corsi alla casa della mia Signora senza mai più fare ritorno a quella di mia sorella che, non vedendomi tornare le domeniche successive, venne a cercarmi al mio lavoro. Le raccontai di quanto era successo quella domenica pomeriggio e dell’aggressione da parte di suo marito, ma non mi volle credere. Anzi, mi accusò di essere una bugiarda e cominciò a picchiarmi. Solo l’intervento della Signora mi salvò dalla violenza di mia sorella che non rividi mai più da quella volta.
Il tempo passava e grazie al mio lavoro conobbi Ramiro, ovvero colui che sarebbe diventato presto mio marito. Anche lui lavorava infatti per la mia Signora, lavava le auto e curava il giardino. Con il suo consenso, ci sposammo e nel giro di pochi anni la famiglia crebbe grazie all’arrivo dei nostri 4 figli.
Entrambi lavoravamo duro e moltiplicavamo i nostri sforzi per comprare un piccolo lotto di terra e poter costruire la nostra casa. Mio marito aveva nel frattempo lasciato il vecchio lavoro e conduceva ora i bus nella zona dove abitavamo. Fu proprio un primo di gennaio di alcuni anni fa che, andando al lavoro la mattina molto presto, Ramiro venne assaltato da una ‘pandilla’, una banda di ragazzotti, e freddato con un colpo di pistola. Mi ritrovai così di colpo, vedova e con quattro figli a carico, senza nessun’altra entrata se non quella del mio magro stipendio. E con in più il dolore di una morte assurda e violenta che ancora oggi aspetta che la giustizia faccia il suo corso. Mio marito amava i suoi figli e mi rispettava.
Per far fronte alle enormi spese che ogni giorno incombevano sopra le mie spalle, dovetti cambiare posto di lavoro. Accettai di lavorare in una lavanderia di pantaloni, una delle tante della periferia di Cochabamba, dalle otto del mattino alle cinque del pomeriggio, lasciando soli necessariamente i miei bambini che non potevo affidare a nessuno, tanto meno ad un asilo visto che non avevo con che pagare la retta.
Purtroppo, il padrone della lavanderia cominciò a mettermi gli occhi addosso e a molestarmi, approfittando del mio stato di vedova. Riuscii a respingere i suoi assalti fino a quando un giorno, dopo che tutti gli operai se ne erano andati, mi aggredì violentemente, mettendomi le mani addosso nel tentativo di avere un rapporto sessuale con me. Mi misi a gridare forte, tanto forte che una delle mie compagne di lavoro venne in mio soccorso, aiutandomi a fuggire. Lo denunciai, fiduciosa che la giustizia mi avrebbe questa volta appoggiata. Non fu così, però. Grazie al fatto che il padrone era abbastanza ricco, potè comprarsi i favori di giudici compiacenti. Tentò di accusarmi di furto e di farmi passare come ladra e solo grazie all’aiuto di un avvocato ho potuto dimostrare la mia innocenza. Le spese legali, tuttavia, si sono mangiate tutti i miei risparmi per cui ho dovuto mettere in vendita la mia casa.
Non avendo di che vivere, ho portato i miei figli in campagna lasciandoli in custodia a mia madre e me ne sono andata in Argentina dove ho lavorato duro, duro per due anni, abbastanza per risparmiare i soldi necessari a ritornare a Cochabamba, recuperare i miei figli e ricominciare daccapo.
Ora lavoro come sarta in una bottega e con quello che guadagno riesco a mandare avanti la famiglia. I miei figli hanno oggi 14, 12, 10 e 7 anni, tre sono maschi e una è femmina. Vanno a scuola e sebbene abbiano sofferto molto per tutto ciò che è successo in questi anni, soprattutto per la mia assenza quando stavo in Argentina, sono bravi ragazzi. Io cerco di fare di tutto per essere una buona mamma ed un buon padre. Non voglio risposarmi, ma semplicemente trovare un poco di tranquillità. E chissà, magari i soldi sufficienti a comprarmi una macchina da cucire così da poter lavorare in casa e non lasciare mai più soli i miei ragazzi.
Questa è la mia storia, la storia di Rosemery, orureña di Cochabamba.

 

Per tutti sono Maria

Mujeres, mujeres de Bolivia Per tutti sono Maria.
E questo vi basti dato che non voglio rivelare la mia vera identità.
Ho 28 anni e vengo dalla provincia Popoo di Oruro. Arrivai a Cochabamba quando avevo solo 14 anni e uscivo per la prima volta dalla mia casa. Mi ci portò una Signora come succede a molte ragazze della mia età che vengono vendute dalle proprie famiglie alle signore della città per diventare le loro empleadas (domestiche).
Quella che mi toccò in sorte non era delle migliori: mi maltrattava, a volte mi picchiava e mi lasciava senza cibo, oppure mi faceva lavare i vestiti di notte, con l’acqua gelida ed il freddo che taglia la pelle. Dopo tre anni di questa vita, conobbi Santiago, unica nota felice in mezzo a tanta durezza. Andammo a vivere insieme ed ebbi tre figli.
All’inizio furono rose e fiori: lavorare come conducente di bus e guadagnava abbastanza per permettermi di lasciare il lavoro ed occuparmi della famiglia. Mi promise addirittura di sposarmi.
La felicità di quell’epoca durò, tuttavia, ben poco. Le cose cominciarono a cambiare e a prendere una brutta piega, infatti, quando Santiago iniziò a bere. C’erano notti che neppure tornava a casa e giorni che, era così ubriaco da sfogare tutta la sua violenza su di me. Mi picchiava e violentava ripetutamente. Fui costretta a ricominciare a lavorare perchè anche i soldi cominciavano a mancare.
Un giorno, però, tornò a casa più ubriaco del solito e mi picchiò davanti a miei figli sino a farmi perdere i sensi. Dovettero portarmi all’ospedale e solo per miracolo mi salvai. Nel frattempo, lui era sparito e solo grazie all’aiuto di una signora potei pagare l’ospedale.
Ora che Santiago non c’era più (in un certo senso fu una liberazione) dovevo mandare avanti io la famiglia e provvedere ai miei 3 figli di 12, 8 e 6 anni. Cominciai così a lavorare come lavandaia, passando di casa in casa ad offrire i miei servizi.
Con il passare del tempo fu grazie a questo lavoro che conobbi Flora, una vicina di casa, che sovente viaggiava in Cile per comprare ed importare caramelle, biscotti, cioccolatini e quei dolciumi che si usa vendere nei kioski, all’uscita delle scuole. Conoscendo la mia situazione, mi propose di mettermi in società con lei e di mettere su un piccolo puesto, vale a dire un kiosko all’angolo della scuola elementare del mio barrio.
Da allora non ho mai mancato un giorno, lavoro dal mattino sino alla sera, grazie ai tre turni. Come succede in molti istituti scolastici qui in Bolivia, funzionano tre turni di lezioni, al mattino, al pomeriggio e alla sera per i bambini lavoratori.
Sono contenta e soddisfatta di me: non guadagno moltissimo, tra i 10 ed i 15 bolivianos al giorno (circa 1 dollaro e mezzo, poco più di 1 euro), ma questo mi basta per pagare la mercanzia e l’affitto del mio kiosko, e, soprattutto, per mantenere i miei figli.
Mio marito, nel frattempo, si è messo con un’altra dalla quale ha avuto altri due figli e si è completamente dimenticato di noi e delle nostre necessità. D’altronde non ha mai riconosciuto i miei figli per cui la legge, semmai valesse qualcosa, non ci da nessuna mano.
Per arrotondare le entrate della famiglia, mio figlio maggiore il sabato e la domenica aiuta un signore a vendere bibite con il camion e quello che riesce a guadagnare ci serve per comprare il materiale scolastico e qualche vestito.
Dopo tutto quello che ho passato, ora posso dire di vivere un pò più tranquilla. Ho il mio lavoro, riesco a tirare avanti la famiglia e a garantire il minimo necessario a miei figli e non ho più chi mi picchia e mi insulta come faceva mio marito. Come sempre dico: se vogliamo, possiamo vivere meglio, anche senza un uomo al fianco, possiamo andare un pò più in là. Anche se questo costa grandi sacrifici.
Il mio sogno è di potere far crescere il mio piccolo kiosko e garantire un futuro ai miei figli. Se lo meritano. Sono bravi ragazzi e cerco di dare loro l’affetto che non ho mai ricevuto. A volte riusciamo pure ad uscire insieme e ad andare a passeggiare e questo mi fa stare bene, tranquilla e più sicura di me.

 

Celia Saturnina Da Potosì

Mujeres, mujeres de Bolivia Mi chiamo Celia Saturnina Juchagara Lopez, meglio conosciuta come Celita perchè quell’altro nome, Saturnina, non mi è mai piaciuto un granché. Sono nata il 6 febbraio del 1967 in un piccolo paese della provincia Quijarro, dipartamento Potosi’, chiamato Rio Mulato per via del fatto che lo attraversa un piccolo fiume dalle acque oscure e traditrici.
Come tanti miei compaesani, anch’io dovetti andarmene presto dal mio paese per cercare fortuna altrove, visto che là il lavoro è poco ed il clima un inferno. A differenza degli altri, però, io avevo l’urgenza di sfamare i miei tre figli, rimasti orfani ancora piccoli dopo che mio marito morì lasciandoci soli ad appena quattro anni dal matrimonio. Ci sposammo il giorno che compii il mio diciottesimo compleanno e a 22 già mi ritrovavo sola e con la disperazione di tirare su i miei figli.
Per fortuna, dopo due anni di miseria e patimenti, incontrai Ciprian Perez, con il quale mi risposai ed ebbi altri quattro figli. E’ una buona persona e in questi quattordici anni di matrimonio si è rivelato un buon padre, non solo per i figli che abbiamo avuto insieme, ma anche per gli altri tre che ha voluto riconoscere.
Ora la maggiore ha 21 anni e si chiama Jannette, poi vengono Jessica Abigail di 19, Jose Angel Adrian di 17, Javier Antonio di 14, Miriam Maria di 11, Mercedes di 9 e David Abraham che di anni ne ha sette. A parte la maggiore che ha messo su famiglia, tutti gli altri figli dipendono ancora da noi e cinque di loro studiano.
Purtroppo, in questi mesi non sto lavorando visto che l’asilo dove prestavo servizio è in fase di ristrutturazione. Guadagnavo circa 350 bolivianos (50 dollari, 35 euro) al mese e con questo stipendio pagavamo l’affitto di 200 bolivianos ed il gas. Mio marito lavora per un’impresa di raccolta della spazzatura e guadagna 850 bolivianos che arrotondiamo con qualche altro lavoretto extra e saltuario.
Comprenderete che con la famiglia numerosa che siamo ed i figli che vanno ancora a scuola, i soldi non bastano mai, e questo ancor più ora che io non lavoro e a mio marito hanno diagnosticato il mal di chagas, quello che piano piano ti mangia il fegato, per cui avrebbe bisogno di un intervento al cuore. Nel barrio dove abitiamo, le case sono quasi tutte di barro, ovvero sono fatte con mattonelle di fango, e la notte gli insetti che procurano questa infermità escono allo scoperto per pungerci.
Prego Dio di potere presto recuperare il mio lavoro all’asilo perchè purtroppo ci aspettano tempi duri e in futuro mio marito non potrà più lavorare come sta facendo ora. Non voglio più ricadere nella disperazione che ho conosciuto in passato e, soprattutto, non voglio rinunciare a miei sogni, primo fra tutti che i miei figli possano avere un futuro sicuro e tranquillo, con un titolo in mano ed un buon lavoro così da potere sposarsi e mettere su famiglia.

 

Sono operaia e mi chiamo Elizabeth

Mujeres, mujeres de Bolivia Sono operaia e madre di tre bambini. Mi chiamo Elizabeth Michel e lavoro in una delle tante fabbriche di jeans della periferia di Cochabamba. Aiuto a togliere i fili in eccesso e se, tutto fila liscio, presto comincerò a lavorare con una macchina Overlook di quelle che fanno gli occhielli per i bottoni.
Grazie a questo lavoro guadagno 525 bolivianos al mese (75 dollari, 52 euro) e appena riesco a pagare l’affitto delle due stanze che occupo con i miei tre figli e a pagare luce e acqua. Come avrete capito, sono jefa de hogar, vale a dire capo famiglia, da quando mio marito se ne è andato in Brasile per cercare un lavoro. Da là non è più tornato e non ci ha mai fatto avere neppure un centavos, anche quando la situazione qui era disperata. Purtroppo, infatti, l’ultima dei miei figli, dopo un attacco di meningite, è rimasta cieca, sorda e con danni celebrali irreversibili. Avrebbe bisogno di un appoggio ed un’assistenza medica continua, ma essendo sola e dovendo uscire di casa per lavorare, la piccola sta con i suoi fratelli, Fernando di 9 anni e Maria Liz di 6, i quali devono occuparsi di darle da mangiare e di cambiarla quando rientrano dalla scuola e fino a che non rincaso.
Avrei voluto affidare la mia Erika a qualche istituto, soprattutto l’anno scorso quando la sua salute è peggiorata moltissimo a causa della malnutrizione, però in Bolivia questo non è possibile perchè la bambina non è orfana e di conseguenza io posso provvedere al suo mantenimento.
Per me è veramente duro potere tirare avanti e, soprattutto, dare ai miei figli non solo un pane e un poco di educazione, ma anche affetto e attenzione. Il tempo che mi rimane quando torno a casa è poco e devo provvedere a tutto per cui alla fine mi ritrovo stanchissima e all’alba di un nuovo giorno di sfide.
Per fortuna, ho il mio lavoro e la salute mi permette di tirare avanti. Presto, poi, Fernando potrebbe darmi una mano, facendo qualche lavoretto ed arrotondando lo stipendio per comprare pannolini e medicinali per Erika.
Sono sicura che ce la farò.

 

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