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Convegno Missionario Diocesano 2008
| "Andavano di luogo in luogo e diffondevano la Parola di Dio" |
Regoledo
9 novembre 2008 |
Sommario
- Intervento di don Bruno Maggioni
- Relazione dei lavori di Gruppo sulla lettura della Parola
- Sintesi dei lavori di Gruppo
- Replica di don Bruno
- Intervento dei Vescovo
- Cosa si è scritto sul Convegno (articoli, fotografie, programmi, locandine)
Intervento di don Bruno Maggioni
Come ascoltare la Parola di Dio
Dirò le cose che mi piacciono, le cose che insegno e che ritengo più importanti, più essenziali, le condizioni per leggere la Parola, per ascoltarla. Tenendo anche conto che siamo in un Convegno Missionario, quindi la direzione, e che questo ci dà una direzione, un orientamento.
Prima le convinzioni necessarie, quelle che se mancano, è difficile utilizzare la Parola.
Poi alcune condizioni, disponibilità.
In un secondo momento, se ci sarà, dirò che cosa la Parola di Dio mi lascia per quanto riguarda il nostro modo di fare missione, di annunciare Gesù Cristo.
Sono poi molto interessato di vedere come nei gruppi cercate di accostare la Parola, e il senso che trovate in essa.
La prima cosa che secondo me è importante è di avere ancora, e non è scontato, fiducia nella parola. Oggi diciamo troppo: “Le parole stancano, le parole non servono più, ci vuole l’esempio!”. Sì, l’esempio va bene, ma se è commentato dalla parola. Se Cristo moriva in croce per me, esempio, ma non mi spiegava chi era e per quale motivo, non capivo niente! La nostra vita è inadeguata ad esprimere il mistero di Dio nel quale crediamo e del quale siamo contenti. Allora: facciamo quello che possiamo e con la parola raccontiamo la storia di Gesù. Questa è una cosa a cui tengo, anche perché io parlo sempre e quindi devo pur giustificare il fatto che io uso tante parole.
Dopo oggi ci sono tante cose: i disegni, le immagini e così via. Va tutto bene, ma se manca la parola ho paura che non vadano più bene. Nella Bibbia, Mosè voleva vedere Dio, e Dio s’è fatto vedere, ma come? L’ha visto e non l’ha visto, perché è passato talmente veloce che non ha fatto in tempo a vedere niente, se non a sentire con chiarezza la sua parola. Noi abbiamo la Parola di Dio, non la visione di Dio. Questa l’avremo, speriamo, ne siamo sicuri, ma qui abbiamo solo la Parola di Dio. Una Parola che è forte perché è parola: se la fate diventare una cosa da vedere, lo diventa già un po’ meno. Questo vuole dire che, anche nella pastorale, la predica è la cosa più importante. Perché se fa dormire, non c’è altro. Poi non è che la predica debba essere brillante. No: il più semplice possibile.
Secondo elemento: bisogna avere in mente alcune caratteristiche di questa Parola per apprezzarla, e per capire come accostarla.
La Parola di Dio è unica, ha una efficacia che altre parole non hanno. Parla di Dio, anzi in qualche modo tu sei l’altoparlante di un Dio che si incarna, anche in questo momento, per farsi sentire. Quindi è importante avere il desiderio di capirne bene il senso per non darne un altro. Perché si può anche usare la Parola di Dio per dire cose nostre, confortate dalla Parola di Dio ma nostre. Invece è la Parola di Dio che deve brillare. E allora ha una forza diversa da altre parole. Questo mi pare di poter dire guardando alla Parola stessa e dall’esperienza.
Questa Parola è efficace, frutta, ma è efficace a modo suo, non siamo noi a programmarne l’efficacia. È come la pioggia e la neve, dice Isaia, ma i pensieri di Dio sono infinitamente superiori ai nostri. Può produrre frutti che non sono quelli che tu prevedevi, ma per capire che sono frutti evangelici, devi essere aperto alla novità. Aperti alla novità: è una delle condizioni per capire la Parola di Dio. se volete dalla Parola di Dio una conferma delle cose che sapete già, non è giusto! Deve scuotere le cose che sappiamo già, in modo da renderci anche capaci di leggere le cose in modo nuovo in un mondo che cambia. Quindi è una efficacia che non è statica. E comunque i tempi sono suoi: ci vuole anche la pazienza di attendere. Tutte virtù che sono indispensabili più delle conoscenze scientifiche per leggere la Parola.
Aggiungete che questa Parola, proprio perché di Dio, ha una capacità di discernimento che altre parole non hanno. È una Parola lucida, ti fa capire le cose che tu stai tentando di rendere storte, le tue ipocrisie, che tu sostieni quella idea lì perché è a tuo vantaggio. E ti dà anche i criteri per guardare in giro, per non credere a tutto, per vedere, valutare. Anche dentro la Chiesa, dentro la comunità cristiana, sia chiaro, non solo verso il mondo.
La Parola di Dio è poi una parola che conosce l’uomo. La sorpresa che capita tante volte quando annunci la Parola di Dio, è che la gente ti dice: “Ha spiegato un vangelo che è vero, è vero dentro. Non ci pensavo, ma corrisponde a istinti veri che abbiamo dentro.” Questa è una soddisfazione. Io quando arrivo a casa la sera dopo che uno mi ha detto così, dormo contento.
La Parola è uno specchio che ti rivela chi sei, perché sei fatto, di cosa hai bisogno, come mai vivi questo o quest’altro.
Essendo poi Parola di Dio, è l’unica che può parlarci di Dio. Se è di Dio deve parlarci di Dio, ma se è di Dio vuole anche dire che non è tua, devi parlarne anche agli altri: non è parola mia, non sono io che decido a chi dirla. Se è di Dio, devo dirla a chiunque, a chiunque mi capiti ed è disposto ad ascoltare.
Se queste cose sono vere, abbiamo una forza di leggere e di capire la Parola nei gruppi, a casa, in chiesa, oppure se ci sono dei corsi da frequentare (almeno una volta nella vita). Ma non è solo un itinerario scientifico, da lasciare agli specialisti e da loro prendere quel poco che ci può essere utile. Sono invece regole morali e teologiche, quelle che ci occorrono. Per esempio dobbiamo essere convinti che la centralità della Bibbia è Gesù Cristo. Quindi fermiamoci su di lui, e leggiamo il resto a partire da Gesù Cristo, scoprendo già le tracce che ci sono di lui. Ma questo vale anche per leggere il mondo. Perché se è vero che il progetto del mondo è lui, come dice il prologo di San Giovanni “tutto fu creato per mezzo di lui”, e conosciamo questo Gesù Cristo, abbiamo capito la sua vita, morte e risurrezione, non solo abbiamo in mano la chiave per capire tutto l’Antico Testamento, ma abbiamo in mano la chiave per capire il mondo, per capire che ovunque andiamo, qualche traccia di Gesù Cristo c’è già. Se è il progetto, sarà rimasta qualche traccia di questo progetto! Questo è bello, anche per la vita del missionario, perché, come dice Isaia, il vero missionario “non spegne il lucignolo fumigante”, anzi, casomai lo riattizza. Se un missionario va in un posto e dice che non c’è niente, e che, anzi, se c’è qualcosa, deve spegnerlo perché poi deve portare lui il resto, quello è un pessimo missionario, ed è meglio che stia a casa. Invece c’è la gioia di far vedere i lati positivi, che possono essere adatti anche a te, aiutano anche te, e tu li fai vedere anche alla gente di quella cultura, di quella religione, che magari non se ne erano neanche accorti. Il cristiano vede le cose positive più di tutti gli altri uomini. Vede le tracce di Dio. È anche una mentalità: se uno si meraviglia solo di ciò che l’uomo fa (una moto, un palazzo…), io mi meraviglio anche di una formica, che è un prodigio.
Tra le regole morali, metto anche la disponibilità alla conversione: non vai alla Bibbia anzitutto per trovare conforto dei pensieri che sai già, ma per sentire qualcosa che te li critica, che te li mette in movimento, e che aggiunge qualcosa di nuovo. Per cui nel confronto tra la Parola che leggi e quello che tu pensi (perché il confronto dobbiamo farlo, e lo facciamo sempre) sei pronto a lasciarti discutere. Invece è facile usare la Scrittura per sostenere cose che hai pensato tu. E siccome la Scrittura è ampia, qualche frasetta che va bene la trovi sempre. Invece non leggerla per trovare conferme, ma per cambiare e arricchire ciò che già sai.
Per capire la Scrittura devi avere anche qualche domanda in testa. Perché non si va a leggere la Scrittura per rispondere a domande di superficie. L’uomo chi è? Dio come è e come si comporta verso l’uomo? E come l’uomo deve comportarsi verso Dio? Come vivere nel mondo? Come reagire di fronte ad un mondo che sembra allontanarsi sempre di più da Dio?
A proposito di quest’ultima esperienza, la Bibbia la conosce bene; ed è anche nostra e rischia di scoraggiarci, o di farci vedere solo il male che è nel mondo. Basta leggere una pagina come quella del diluvio, in cui Dio vede un mondo dominato dalla violenza, e dice: “Lo devo distruggere, perché è troppo un disastro”. Ma dopo un po’, quando l’acqua stava distruggendo tutto, dice: “Ma questo mondo qua l’ho fatto io. E poi è l’unico mondo che c’è”. Ed ecco fatta la pace con il mondo. Il mondo sarà cattivo, ma non ce n’è un altro. Quindi stiamo nel mondo cattivo cercando di comportarci come si deve. Perché se vai a cercarti un mondo bello, dove tutti si vogliono bene, e magari ti costruisci una comunità dove tutti sono fratelli… dopo un po’ io vedo che litigano e sono contento! Meno male: siete mondo anche voi! Io credo di aver girato tutti i movimenti che sono in Italia, mi invitano e vado a vedere. Dopo un po’ vedo che sono anche loro come il resto e dico: “Salute, arrivederci, sto bene anche fuori!”.
Un’altra qualità che occorre per capire la Bibbia, viene dal fatto che la Bibbia parla dentro la vita, e parla se tocca la vita. Il senso non è solo nello scritto, ma nello scritto che tu ti sforzi di applicare alla vita. Siccome siamo in un incontro missionario, vi dirò che una delle pagine più consolanti, che dovrebbe animare la vocazione missionaria di chiunque, e che a me piace tanto, è la fine del Vangelo di Marco: ci sono i discepoli, e c’è Gesù che li rimprovera: “Duri di cuore, senza fede…!”. E, subito dopo dice loro anche: “Andate in tutto il mondo a predicare!”. Se io fossi il rettore di un seminario, e avessi lì dei diaconi duri di cuore e senza fede, farei fare loro ancora tre anni di seminario. Invece Gesù li ha mandati, così come erano. Gesù ci manda così come siamo. Se per diventare missionari aspettiamo di diventar santi, di certo moriamo prima di fare i missionari! La retorica non va bene: “Solo i santi possono predicare Gesù Cristo!”. E allora tu che continui a predicare e non mi pare che sei santo? Oppure chi dice: “Il Curato d’Ars parlava male eppure convertiva!”. Però i casi allora sono due: o divento santo come il Curato d’Ars, ma questo sono sicuro che non capiterà mai, oppure studio un po’ e medito un po’ per dire qualcosa di un po’ più sensato. Perché quelli che dicono che bisogna essere santi come il Curato d’Ars non hanno voglia di studiare per preparare la predica.
Bisogna quindi che la Parola di Dio sia sempre in relazione con l’esistenza, e il mondo cambia, io devo viverci dentro e sentirne le difficoltà. Quindi, per capire la Scrittura bisogna sì ascoltarla, ma ascoltare anche la gente. Capire perché quella cosa è successa. Ascoltare non per scusare tutto, ma per capire perché le cose succedono. E per essere attenti ai problemi ci vuole una certa “simpatia”: se non hai simpatia non ti accorgi di nulla. E anche un po’ di tempo. Il tempo è fatto per dialogare: noi siamo relazione.
Quando c’è questo, si legge e ci si mette in ascolto della Parola di Dio. Non entriamo adesso nei metodi.
Il Vangelo ti cambia la vita, ti dà speranza. Noi siamo preoccupati della morale, ed è giusto. Ma sta di fatto che l’imperativo che troviamo nel Vangelo e che lo riassume un po’ tutto, viene dopo che si è detto che è arrivata una lieta notizia. Noi siamo predicatori di una lieta notizia, e da quella notizia derivano anche degli impegni morali. Ma non prima gli impegni morali della buona notizia. Pare invece che anche la Chiesa voglia, a volte, prima denunciare i difetti del mondo. E siccome il mondo è furbo, ogni anno ti tira fuori un difetto nuovo. Così tu combatti quelli lì e ti dimentichi di Gesù Cristo, che è invece l’unica cosa che devi predicare, e che può smuovere qualcosa.
Ad un prete amico, di Como ma non vi dico chi era, che si arrabbiava con me perché dicevo queste cose, un giorno ho detto: “Lei si immagina che San Paolo girava per Corinto dicendo: «Venite da noi e troverete il matrimonio indissolubile!»? Non sarebbe andato nessuno! Casomai avrà detto: «Venite da noi che troverete Gesù Cristo e una fraternità e una comunità! Dentro lì poi troverete anche il matrimonio indissolubile».” Noi predichiamo sempre le conseguenze e non la radice. Dopo è chiaro che devo anche denunciare le storture, ma sempre partendo dalla radice.
Un’ultima cosa su questa parte: la lettura della Scrittura deve essere un confronto con la vita, questo è chiaro. Però, attenzione, non fra un episodio preciso della Scritture e un episodio preciso della vita. Non è il modo giusto, anche se può essere un’occasione. Dietro l’episodio preciso della Scrittura, dietro il singolo gesto di Cristo, devi chiederti perché l’ha fatto, quale è la logica che lo guida. E così dietro un episodio di vita di oggi la stessa domanda: quale è la logica che lo guida? Troverete che le due logiche fanno a pugni: la ricerca di sé da una parte e la ricerca della verità dall’altra. Il confronto va fatto a quel livello, non ad uno troppo immediato. Non l’idea di trovare dappertutto un significato profondo, recondito. Esempio: Zaccheo è salito su un albero per vedere Gesù, adesso per noi l’albero cosa è? Non si legge la Scrittura così. Il senso vero è quello lì che si vede… Gesù che prima perdona un peccatore e poi gli dice: “Non peccare più!”. Ma prima lo perdona. E invece noi pensiamo: “Convertiti! Se ti converti poi alla fine ti perdonerà!”. È una cosa che c’è in superficie, sul testo, chiunque può capirla, deve solo stare attento alle parole. Anche dire che bisogna leggere fra le righe, ma fra le righe io vedo il bianco e basta. Questo lo dico perché oggi c’è questa tendenza, galoppante, che è un modo per me enorme di spegnere la voglia di leggere la Parola di Dio per gente intelligente. E poi per spegnere la novità della Scrittura.
Il secondo punto riguarda alcune cose che la Scrittura mi dice sulla missione.
E la prima cosa è che la missione è la funzione del cristiano: la Chiesa nel mondo c’è per la missione, deve essere missionaria. Ma quale è la radice vera di questa missionarietà? Paolo mi dice chiaro che alla radice sta la gratuità. Tu sei venuto al mondo gratuitamente, e devi chiederti: “Chissà perché sono al mondo io e non altri? Non perché sono più bravo. Ma perché Dio mi ha voluto bene e mi ha messo al mondo, e perché i miei genitori mi hanno voluto bene”. Ma non solo: se hai una fede è gratuita, te l’ha donata Dio, ringrazialo! E devi anche dirti: “Perché a me e agli altri no? Non perché ero più disponibile o più bravo: chissà quanti c’erano più disponibili e bravi di me”. Allora, se l’ho ricevuta gratuitamente, lo ringrazio, e deve sembrarmi ingiusto che sia stata data a me e non agli altri, e deve venirmi in mente che tocca a me adesso dare agli altri gratuitamente ciò che gratuitamente ho ricevuto. E anche se gli altri sembra che non lo meritino. La fede non si valuta: si regala e basta. Ci sarà poi chi capirà, chi non capirà. Ma la prima nota della missione per me è la gratuità, che tu hai dentro nell’animo e che gusti: ti piace la gratuità. In fondo se una persona ti vuole bene, ti chiedi: “Perché ha scelto me?”. Se invece dici: “Mi ha scelto perché sono il più bravo”, che scoperta! È bello invece sentirsi amati gratuitamente. È come se lo chiedo a due persone che si sono sposate: se chiedo alla moglie perché vuole bene a suo marito, lei in genere un po’ di motivazioni le trova; ma in genere l’uomo, dice: “Non lo so, però le voglio bene!”. Questo è il vero amore. Perché se dice che le vuole bene perché gli fa da mangiare bene, il giorno che gli fa da mangiare male, l’amore è finito!
Gratuità della missione, quindi. E, insieme, universalità. Perché Dio ama tutti gli uomini senza distinguere, immeritatamente, e anche tu sei chiamato a fare lo stesso.
Un’altra cosa importante della missione è che deve essere una trasparenza del Vangelo. Così come si può: le parole e i gesti devono assomigliare un po’ al Vangelo. È vero che duemila anni fa si viaggiava diversamente da oggi, allora si andava a piedi, oggi si va in macchina. Ma nel tuo modo di andare in giro, di fare o di non fare, si deve poter dire che è evangelico. A volte invece, a vedere certe cose, mi viene la tentazione di pensare che per non scandalizzarmi devo smettere di leggere il Vangelo! Il Vangelo deve apparire, anche se siamo uomini moderni, del nostro tempo.
Relazione dei lavori di Gruppo sulla lettura della Parola
Domande-guida per l’ascolto della Parola di Dio nei gruppi:
1- Che frase mi colpisce di più di questa Parola di Dio? Che cosa mi attira? Che cosa mi spaventa?
2- Chi sono i personaggi? Cosa fanno e cosa dicono?
3- Come Gesù ha vissuto e obbedito a questa Parola?
4- In quale personaggio o esperienza mi sento più identificato? Perché?
5- Cosa questa Parola ha da dire a noi in quanto Chiesa missionaria?
Ad ogni gruppo viene chiesto di esprimere, in una breve frase o singola parola, una idea che si ritiene particolarmente significativa e di scriverla su una striscia. Un rappresentante la porterà poi all’altare durante l’offertorio.
Si propone poi ad ogni gruppo di preparare una “mozione” che verrà presentata al Vescovo.
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Gruppo 1
Animatore: don Andrea Della Monica
La parabola del seminatore
E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4 E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. 5 Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. 6 Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. 7 Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. 8 Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. 9 Chi ha orecchi intenda”. (Mt 13,4-9)
Relazione riassuntiva del laboratorio
Nel condividere la Parola di Dio che ci era proposta, abbiamo esposto varie considerazioni, che trovano unità nelle quattro parole seguenti:
gratuità – coraggio – fiducia – perseveranza
Il seminatore è Dio, che ogni giorno opera in tutti gli uomini (i vari tipi di terreno), inviando la sua Parola (il seme) affinché la stessa venga accolta e possa germogliare, crescere e produrre frutto. E poiché la Parola di Dio è una parola d’amore, il seme è stato identificato con l’amore donato da Gesù, a tutti indistintamente, con gratuità.
Ogni uomo che accoglie la Parola di Dio diventa mezzo per seminare. Ma nessuno è in grado di seminare da solo senza l’aiuto di Dio, poiché per poter agire occorrono:
- pazienza e costanza per preparare la terra a ricevere il seme; a volte, infatti, bisogna prima occuparsi di chi vive accanto a noi, averne cura e capirlo.
- il coraggio di seminare anche dove non sembra ci sia terreno buono, analogamente al seminatore che getta il seme dappertutto.
- perseveranza: ogni individuo, infatti, nei vari momenti della propria vita può identificarsi nei vari tipi di terreno presentati nella parabola (la strada, il terreno roccioso, le spine, il terreno fertile). Ma è Dio stesso che permette che l’accoglienza della Parola sia diversa nei vari momenti della vita dell’individuo per lasciare l’uomo libero. Bisogna quindi avere sempre fiducia in Dio e non stancarsi di testimoniare.
A conclusione delle considerazioni esposte dopo l’ascolto della parabola del seminatore, è emerso che Gesù incoraggia ognuno di noi ad imitare il suo esempio:
“rinnovare il rapporto con Dio Padre
per seminare con gratuità,
rivolgendosi a tutti,
avendo fiducia, coraggio, perseveranza”.
Questo stile di vita è sembrato molto aderente a quello vissuto dai missionari: le esperienze missionarie ci educano.
Fa bene alle nostre comunità dare vita a gruppi di ascolto della Parola di Dio.
Aiutiamoci a riconoscere anche tutti i frutti della nostra Chiesa italiana.
Mozioni per il Vescovo:
1. Ai seminaristi e ai sacerdoti della nostra diocesi fa bene (rinnova, converte…) essere inviati in realtà di missione.
2. Alle comunità parrocchiali fa bene organizzarsi in piccoli gruppi di condivisione della Parola di Dio e lasciarsi evangelizzare dall’ascolto della stessa.
3. Bisogna essere decisi per aprire la seconda missione diocesana: è giusto pensarci bene, ma poi occorre avere il coraggio e la decisione di agire.
4. Le comunità parrocchiali e le zone devono rivolgersi a tutti (ad esempio anche ai fratelli di altre culture).
5. Nell’ambito sociale occorre avere il coraggio di parlare anche andando controcorrente.
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Gruppo 2
Animatore: Mauro
Le due case
21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? 23 Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
24 Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. 26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”. (Mt 7,21-29)
Relazione riassuntiva del laboratorio
• Il Regno di Dio è per tutti.
• Facciamo l’esperienza da una parte di essere amati da Gesù e, dall’altra, contemporaneamente, di essere inadeguati a mettere in pratica la sua Parola.
• La Parola di Dio è unica ed efficace. E dice l’amore infinito che Dio ha per noi.
• Sul costruire la casa sulla sabbia: forse, quando giudichiamo gli altri, stiamo proprio edificando la casa sulla sabbia.
• Ci domandiamo anche se le nostre comunità sono credibili o stiamo costruendo sulla sabbia.
• Altra domanda: i nostri oratori sono missionari?
Slogan
“La nostra roccia è Cristo”
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Gruppo 3
Animatore: don Andrea Cusini
Marta e Maria
38 Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. 39 Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; 40 Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. 41 Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, 42 ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”. (Lc 10,38-42)
Relazione riassuntiva del laboratorio
E' bello vedere Gesù che entra in casa, si fa vicino.
E' facile per tutti e doveroso riconoscersi in Marta, anche se si desidera essere come Maria. Le due figure manifestano anche due caratteri diversi. E' vero per tutti che ci si lascia distrarre e prendere dalle tante cose. Ed è così opportuno lasciare che il rimprovero di Gesù a Marta arrivi anche a noi. E' pur vero che Marta è accogliente e si mette in relazione con Gesù: gli manifesta il suo bisogno e la sua fragilità. E poi Marta agisce: è importante anche chi fa. In ambito missionario, infatti, bisogna anche fare, darsi da fare: i missionari hanno bisogno. Marta forse è la più missionaria perché agisce, ma non fa il necessario.
Maria ascolta Gesù, non sta pregando! Maria ha capito che Gesù è importante e che per lei sta succedendo qualcosa di unico, di importante.
Gesù, nella sua vita, è stato ora Maria ( 30 anni a Nazareth, i tempi di silenziosa preghiera, il Getsemani, il fare la volontà del Padre,…) ora Marta (si è fatto battezzare da Giovanni, ha lavato i pedi, si è fatto servo, ha camminato tanto, ...).
La parte migliore è quella di Maria: l'ascolto.
Saper ascoltare. L'ascolto è una fatica, non è qualcosa di dato: chi ascolta non fa niente! L'apparente inutilità dell'ascoltare. Ci si deve fermare, mettersi a disposizione. Stare ai piedi di Gesù perché si parla al Signore, al Maestro!
Porre attenzione alle distrazioni. A volte però non ascoltiamo neanche noi stessi. C'è pure tanto rumore attorno a noi. E non c'è più silenzio. Le cose, il fare non fanno la gioia: è Gesù che deve essere al primo posto. Bisogna saper essere equilibrati fra i due opposti.
E' pur vero che spesso si pensa e si crede che il fare per gli altri (vedi in casa, con i figli) sia amore!
L'ascoltare, l'ascolto di un giovane è diverso da quello di un adulto. A volte è anche difficile parlare. Gli altri diventano Gesù quando si è capaci di ascoltare!
Come Chiesa, anche nei gruppi missionari, prima di agire (ci sono sempre tante cose da fare e organizzare) bisogna ascoltare (la Parola di Dio, gli altri)
Bisogna mettere sempre al centro la Parola di Dio, Gesù (i centri di ascolto) per essere più buoni, per essere una Chiesa più missionaria. E' importante anche cercare di andare e di farsi accogliere nelle case come ha fatto Gesù. Ripensare questo ascolto della Parola di Dio. Decentrarsi nei condomini, incontrare la gente per portare la Parola.
Slogan:
IL MAESTRO E' QUI: ASCOLTALO E CAMMINA!
Mozione per il Vescovo:
Ci siamo ritrovati e ci troviamo di fatto, spese volte, nelle vesti di Marta.
Nelle nostre realtà siamo anche un po' spinti ad essere come Marta (c'è sempre da fare nelle parrocchie e nei gruppi, e si è sempre i soliti, non si è capaci di dire di no, si è presenti in più gruppi, …).
In tutto questo è bello sapere che Gesù c'è: viene da noi, in casa nostra. Gesù ci chiama sempre e ci chiede di saperlo annunciare ad altri.
Chiediamo e preghiamo perché vorremmo che:
1. Si creasse la tradizione del Vangelo nelle case.
2. Si formino missionari che entrino nelle case.
3. I gruppi missionari siano più aperti.
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Gruppo 4
Animatore: Giuseppe
I discepoli di Emmaus
13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino? ”. Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni? ”. 19 Domandò: “Che cosa? ”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto”.
25 Ed egli disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? ”. 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”. 33 E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.(Lc 24,13-35)
Relazione riassuntiva del laboratorio
Le frasi che ci hanno colpito di più sono:
• “Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”: spesso noi non abbiamo occhi incapaci di riconoscerlo, ma chi non ha avuto la nostra fortuna, di essere nato e di vivere in un contesto cristiano, come fa a riconoscerlo? Noi riusciamo a testimoniarlo?
• “Senza indugio”: vengono brividi di paura per non sapere vivere il subito. Ma sorgono anche speranze.
Anche: è come il “sì” senza “se” e senza “ma”, immediato, della Madonna, all’angelo nell’Annunciazione, o come la donna al pozzo di Sicar. Quando scopriamo e viviamo qualcosa di bello è naturale, spontaneo non tenerlo per noi, ma condividerlo subito con gli altri.
• “L’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”: spesso siamo come San Tommaso, non crediamo se non c’è qualcosa di tangibile, è difficile avere fede senza vedere.
Anche: l’importanza della Messa: Parola e Comunione per vivere la vicinanza a Gesù, arricchirci per comunicare le ricchezze agli altri.
• “Camminava con loro”: Gesù non si pone a livello superiore, ma ci è vicino, sta con noi. E noi siamo chiamati a fare lo stesso, a stare con gli altri.
• “Sciocchi e tardi di cuore”: Gesù sgrida, rimprovera, ma non ci lascia mai da soli.
• “Resta con noi perché si fa sera”: Gesù non ci lascia soli anche nei momenti più bui della nostra vita. Gesù vuole camminare con noi, accetta la nostra velocità, addirittura si ferma per stare con noi, per vivere con noi le nostre difficoltà.
• “Resta con noi”: Gesù è paziente, accetta le nostre incertezze, ma ci sprona a continuare, a insistere nel tentare di vivere la vita cristiana.
• “Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”: anche i discepoli, che pure hanno vissuto con Gesù, hanno avuto difficoltà a credere in lui. È importante riconoscere il valore della testimonianza di chi incontriamo nella nostre vita.
Anche: c’è la difficoltà di aver voglia di scoprire – in una società dove tutto è ovvio, è piatto – la difficoltà del non lasciarsi vivere nella superficialità, la difficoltà di essere testimoni autentici, di non dare scandalo con le nostre scelte, i nostri comportamenti.
• “Partirono senza indugio”: ci sono persone capaci di farlo, occorre saper riconoscere questi esempi e fare tesoro di queste testimonianze.
• “Non ci ardeva forse il cuore”: se si è innamorati di Gesù, si diventa testimoni contagiosi, testimoni per contatto, nella vita vissuta.
• “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla Parola… E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”: abbiamo tradotto queste frasi come un invito ad accostarci alla Parola, anche sulla base della rilevanza che il recente Sinodo dei Vescovi ha posto sulla necessità di una conoscenza della Parola stessa. Proviamo difficoltà nel leggere la Bibbia, soprattutto l’Antico Testamento, ma anche il Vangelo, perché spesso “scappa via”, occorre qualcuno che lo spieghi.
Applicazioni e proposte
• Va trovato il tempo per scoprire che la Parola di Dio è un fiore che si schiude naturalmente, che porta novità sempre.
• Importante anche trovare qualche sussidio e libro che aiuti nell’interpretazione.
• Trovare, anche con sacrificio, uno spazio quotidiano alla lettura del Vangelo o delle letture della Messa del giorno.
• Gli esercizi spirituali, anche se sembrano essere passati di moda, sono in realtà momenti importanti di approfondimento della Parola.
• In qualche parrocchia non c’è una adeguata catechesi per adulti. Occorre allora avere il coraggio di mettere in pratica delle integrazioni tra parrocchie.
• I Centri di ascolto nei periodi forti dell’anno liturgico, Avvento e Quaresima, sono momenti preziosi, in cui si leggono le letture della domenica successiva, vivendo l’incontro nelle case, in semplicità e favorendo anche l’amicizia.
• Favorire incontri tipo “laboratori della fede” dei giovani anche per gli adulti, ma tentare anche momenti in cui ci possano essere scambi intergenerazionali.
• Studiare tempi, modi e spazi in cui la Parola possa concretizzarsi in azioni e gesti concreti, in cui la Parola diventi viva e si traduca in testimonianza.
• Non aver paura della Parola, avere sempre fiducia, perché è sempre nuova e attuale.
• “E partirono senza indugio”. Lo abbiamo tradotto come un dare la sveglia ai laici, che si devono assumere responsabilità nella vita ecclesiale.
• Frutto dello scambio missionario è l’accorgersi che i laici devono assumersi responsabilità nella vita ecclesiale.
• I laici devono diventare testimoni sempre più credibili, anche attraverso scelte quotidiane, di giustizia e di impegno.
• I laici devono essere educati, sostenuti e accompagnati ad assumersi queste nuove responsabilità
• “Alzarsi e camminare”: la mia Africa è a Fino Mornasco, a Mandello, a Ponte, a Sondalo, ad Albate. È anche qui che si deve restituire la ricchezza ricevuta, e che si continua a ricevere quotidianamente.
Slogan
Camminava con loro – Lo riconobbero – E partirono senza indugio
Mozioni per il Vescovo
• Favorire una pastorale integrata per superare le difficoltà delle parrocchie.
• Educare i laici a prendersi delle responsabilità ecclesiali.
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Gruppo 5
Animatore: Lorenzo
Guarigione del servo di un centurione
5 Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: 6 “Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente”. 7 Gesù gli rispose: “Io verrò e lo curerò”. 8 Ma il centurione riprese: “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9 Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro; Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa”.
10 All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. 11 Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12 mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti”. 13 E Gesù disse al centurione: “Và, e sia fatto secondo la tua fede”. In quell’istante il servo guarì. (Mt 8,5-13)
Relazione riassuntiva del laboratorio
Che frase mi colpisce di più di questa parola di Dio? Che cosa mi attira? Che cosa mi spaventa?
Colpisce:
- "Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto": stato d'animo del centurione, che non si sente adeguato;
- riconoscenza per la gratuità con cui riceviamo;
- "il mio servo soffre terribilmente": preoccupazione/attenzione per qualcuno che sta male; il centurione non chiede per sé, ma per altri;
- "molti verranno dall'oriente e dall'occidente": universalità della Chiesa;
- il centurione (un uomo che sembra non c'entrare niente, non un discepolo) arriva da Gesù con una richiesta;
- il modo che Gesù ha di guardare, con altri occhi, quello che è diverso da Lui;
- "dì soltanto una parola": una parola basta. Il centurione non chiede di fare qualcosa, ma di dire. La Parola di Gesù è parola di Vita, che dà Vita;
- "Gesù ne fu ammirato": grande fede di questo "straniero all'annuncio", riconosciuta poi anche da Gesù
Attira/spaventa:
- "i figli del regno saranno cacciati fuori": pur essendo cristiani non abbiamo meriti particolari rispetto agli altri;
- "va' e sia fatto secondo la tua fede": e uno si domanda: “allora perché quello che chiedo io non lo ottengo? forse la mia fede non è giusta? non è abbastanza?”;
- è lo "straniero" quello che alla fine ha più fede, nonostante quello che pensiamo noi. Noi, che spesso ci riteniamo migliori;
Dobbiamo essere capaci di riconoscere che non siamo noi a decidere, ma siamo parte di un progetto. A volte è difficile abbandonarsi.
Chi sono i personaggi? Cosa fanno e cosa dicono?
a) Centurione: soldato romano, e i romani a quel tempo erano il "nemico", coloro che esercitavano la violenza.
Dice: il mio servo soffre (parla di una terza persona)
non sono degno
dì solo una parola
b) Servo
c) Gesù
Dice: vengo e lo salvo
È ammirato da questa espressione di fede, e lo fa notare anche agli altri che (magari già da tempo) lo seguivano
d) La gente: ha la reazione che avremmo potuto avere anche noi, che crediamo di seguire Gesù: “Ma come?!? un centurione migliore di noi??”
- é la Fede ciò che fa partire il miracolo
- il servo sembra personaggio secondario, invece alla fine è lui il destinatario della guarigione
- il centurione crede nella persona di Gesù, si mette in gioco e in relazione con Lui. Si mette nella condizione di aver bisogno dell'altro e chiede.
In quale personaggio o esperienza mi sento più identificato? perché?
◦ Secondo qualcuno:
• Facendo parte della comunità cristiana, ci sentiamo quelli che seguono Gesù.
• Spesso però siamo tra quelli che seguono Gesù solo per le cose "di facciata".
• Forse sono più vicini a Gesù altri, che non seguono Gesù, rispetto a quanti dicono di seguirlo.
• Viene da interrogarci se davvero siamo così vicini a Gesù...
◦ Secondo altri: durante il corso della vita siamo un po' centurione, un po' servo, un po' gente.
Durante la discussione è nata una provocazione: Chi è il centurione oggi?
Forse è chi sa lasciare le proprie certezze per andare a cercare qualcosa di diverso, lontano dagli schemi in cui è cresciuto, perché ha visto che ci può essere qualcosa di più, un'altra luce.
È chiunque decide di scommettere su una vita nella quale vede un senso. E questo non è solo "dei cristiani".
È chiunque scommette su qualcosa su cui, oggi, nessuno scommetterebbe. È la Fede che spinge a buttarsi contro la logica (del profitto, del piacere, del beneficio per sé) in mille situazioni quotidiane.
Noi tendiamo sempre a condannare qualcuno (in questo caso il nostro pregiudizio ci avrebbe fatto condannare il centurione). Gesù invece rompe gli schemi.
Cosa questa Parola ha da dire a noi in quanto Chiesa missionaria?
Invita ad andare e ad avere fede, con la consapevolezza che Gesù Cristo è la nostra forza, la sua Parola è potente, ora come allora.
Va'...però noi siamo inseriti in una comunità, dove può esserci la fatica del collaborare... che fare? Andare lo stesso??
Noi mettiamo quello che possiamo, con la consapevolezza che dietro c'è un progetto, qualcosa di più.
Slogan
Affidarci e fidarci.
Uscire dagli schemi per affidarci alla Parola
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Gruppo 6
Animatrice: Suor Petronila
Guarigione di un paralitico
1 Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2 e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola.
3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. 4 Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. 5 Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”.
6 Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7 “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo? ”.
8 Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: “Perché pensate così nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? 10 Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11 ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua”. 12 Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: “Non abbiamo mai visto nulla di simile! ”. (Mc 2,1-12)
Che frase mi colpisce di più di questa Parola di Dio? Che cosa mi attira? Che cosa mi spaventa?
- “Ed entrò…”
- “Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone”
- “…scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava…”
- “Gesù vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccat»”
- “Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro…”
- “Alzati…”
- “…tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile»”
Mi attira:
- L’importanza di parlare diversamente rispetto alla folla,
- Mi dà gioia l’aiuto di Gesù, la sua misericordia.
- Mi rincuora il perdono di Gesù, la misericordia prima ancora della guarigione fisica.
- Colpisce la fede di chi vuole arrivare a Gesù: la fede è dinamica…il farsi carico.
- La straordinarietà dell’opera di Gesù.
- Gesù che entra, è sua l’iniziativa…il nostro muoverci è frutto della Sua Parola.
- Gesù che parla nel silenzio della stanza…l’importanza dell’azione della Parola e la capacità di riconoscere l’azione vera.
- I 4 portantini sono veri missionari che superano gli ostacoli per portare a Gesù…nella logica del Regno non resta indietro nessuno.
Mi spaventa:
- L’atteggiamento dei farisei, il non riconoscerlo,
- Mi spaventa il peccato,
- Il pericolo di ridurre la fede solo alla teoria.
- La fragilità.
- La reazione di fronte alla mancanza di guarigione…
- Il non credere se non di fronte a prove pratiche.
- L’essere centrati sull’io.
Chi sono i personaggi? Cosa fanno e cosa dicono?
- Personaggi: Gesù, folla, portantini, paralitico, scribi,
- Gesù: entra, desidera incontrare, accoglie, rivolge la parola, perdona, rialza, porta alla comunione e alla lode.
- La folla: si rende conto che Gesù era in casa e si radunarono…ha il desiderio di essere guarita.
- I farisei: sono seduti, pensano in cuor loro, non accolgono Gesù.
- I quattro che portano il paralitico: vincono ogni ostacolo per portare il paralitico davanti a Gesù.
- Il paralitico: si lascia portare, non fa niente, accoglie da Gesù il perdono e la guarigione.
Come Gesù ha vissuto e obbedito a questa Parola?
- Incontra.
- Sottolinea il perché guarisce…dimostra che può rimettere i peccati.
- Con la misericordia, dando la vita in croce.
- Arriva al cuore di tutti, con la fatica di venirci incontro per i nostri dubbi e le nostre resistenze.
In quale personaggio o esperienza mi sento più identificato? Perché?
Scribi:
- Perché cado sempre nei soliti errori e faccio fatica a vedere il positivo.
- Per la mia pretesa.
Portantini:
- Per la voglia grande di portare qualcuno a Gesù.
Paralitico:
- Per la dimensione di impotenza e la necessità di accogliere l’aiuto degli altri.
- Perché mi sento portato dalla Chiesa verso Gesù,
- Perché ho una malattia da prendere su di me ed accoglierla,
- Perché come giovane non ho ancora la maturità per individuare la strada, sento il bisogno di essere accompagnato.
Cosa questa Parola ha da dire a noi in quanto Chiesa missionaria?
- La Comunità vive con al centro la Parola
- Siamo chiamati ad essere un portatore della buona notizia e a non chiuderci continuamente nel nostro io: trasmettendo gioia.
- Ci manca l’esperienza comunitaria,
- I giovani che frequentano gli oratori sono solo il 2% dei giovani… vi è una necessità grande di tornare alle radici, alla verità della Parola, che deve risuonare nel cuore, sulle nostre labbra e nella nostra vita.
- Necessità di rievangelizzare,
- La Parola è Gesù, una Persona Viva… ed è ora di uscire dalla folla facendo esperienza di Lui.
- Necessità di rimettere in discussione il nostro stile… è quello di Gesù?
- Necessità di rompere le abitudini: facciamoci scoperchiare il tetto della vita!
- Aiutare la folla a divenire Chiesa: Comunità.
Sintesi:
- L’iniziativa parte sempre da Gesù, che viene a cercarci in modo totalmente gratuito.
- Come i portantini imparare ad essere più missionari, arrivando per fino a scoperchiare il tetto della casa per portare a Gesù.
- Le aspettative degli uomini sono diverse da quelle di Dio: è necessario accogliere la “non logica” della misericordia, della croce… ed entrare nella mentalità e nella logica di Dio.
- Gesù nella sala è l’unico che parla… è evidente la forza della Parola che rompe il silenzio delle nostre vite: è necessario tornare a mettere al centro di tutto la verità della Parola (“si predicano troppo le conseguenze e non le radici”).
- Siamo invitati a lasciarci metter in gioco dalla Parola, che sia essa a scoperchiare il tetto della nostra vita!
Slogan:
LASCIAMOCI SCOPERCHIARE IL TETTO DELLA NOSTRA VITA!
Mozione:
- La Diocesi di Como è chiamata a divenire missionaria anche a Como, divenendo una Chiesa più accogliente che sappia collaborare con tutta la realtà che la circonda.
- Corresponsabilità dei laici, non limitandola alla sola “gestione delle chiavi dell’oratorio”, ma allargandola alla partecipazione nelle scelte di vita della comunità.
- Ridiamo contenuti alla pastorale missionaria, che non sia solo una “pastorale delle torte”, in cui ci si ritrova esclusivamente per raccogliere fondi per i missionari, ma che rinasca una pastorale missionaria basata su progetti concreti e condivisi, su una spiritualità e uno stile davvero missionari, che parte dal Vangelo, accogliendo il diverso, sia in terre lontane, ma soprattutto nel nostro territorio.
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Gruppo 7
Animatore: Enzo
La guarigione della donna emorroissa
25 Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia 26 e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, 27 udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 28 “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita”. 29 E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.
30 Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi mi ha toccato il mantello? ”. 31 I discepoli gli dissero: “Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato? ”. 32 Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33 E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34 Gesù rispose: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male”.
(Mc 5,25-34)
Relazione del laboratorio
Al centro del tavolo viene posta la Bibbia aperta sul brano di Marco 5,25-34.
Il testo viene letto due volte, prima una lettura fatta da una donna e dopo una pausa un'altra lettura fatto da un uomo. Alla fine della seconda lettura, dopo aver esposto le domande guida, abbiamo lasciato di nuovo un lungo attimo di silenzio per rileggere e meditare la Parola appena ascoltata.
Alla fine di questo momento nel rispetto di tutti abbiamo cominciato la condivisione.
I frutti della condivisione.
• «Sono rimasta colpita ancora una volta dalla “potenza del Signore”».
• «“E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male”. Nella guarigione fisica della donna vedo la mia guarigione avvenuta nel Sacramento della Confessione quanto è stata accolta con un abbraccio e tanto amore da un sacerdote».
• «Tutto il brano è bellissimo. La fede della donna è una fede cieca e totale, ma non le impedisce di avere paura. Una paura perché ha rubato. Il dono della pace del Signore “Va' in pace e sii guarita dal tuo male” le ridona la pace; mi aspettavo una conclusione alla rovescia, ragionando da uomo».
• «Le opere senza le parole non servono. Gesù compie il miracolo senza chiedere e dire nulla, ma pretende che sia verbalizzato. Dopo che la donna gli ha raccontato tutto quanto accaduto, Gesù le dice: “Va' in pace”. Mi viene da sottolineare l’importanza della verbalizzazione e non solo dell’esempio».
• «Io sottolineo alcuni verbi ed azioni. La donna cerca Gesù, ne ha sentito parlare, lo vuole incontrare. La donna ha sentito che è stata guarita, Gesù sente questa persona, proprio lei, lei l'unica tra la folla. Noi siamo delle persone, non siamo indistintamente la folla. Siamo unici, non siamo indistinti. Molte volte noi non capiamo che Gesù parla a me e a te come ai suoi discepoli, ci sentiamo folla. Gesù guarda per vedere, vuole vedere. La donna supera la paura, con coraggio gli si getta davanti; è apertura. Gesù risponde e la manda: “Va'”. Sentiamo parlare di Gesù, facciamo l'esperienza di Gesù, ci apriamo e poi andiamo trasformati, perché guariti ;è un andare in modo diverso. Chiediamo più coraggio per andare.»
• «Nel toccare il mantello vedo un forte segno trascendentale, eucaristico, segno della salvezza e della potenza di Cristo. Inoltre mi colpisce la grande fede della donna. Nella preghiera chiediamo di averne un po' di più».
• «Sono rimasta colpita dalla frase: “Figlia, la tua fede ti ha salvata”».
• «Siamo inseriti nella Chiesa come Gesù tra la folla. In questa comunità Gesù pensa a chi ha bisogno; Gesù sente e vede. Nella comunità vediamo, dobbiamo avere attenzione e vedere i bisogni, guai all'indifferenza. Dobbiamo chiederci: chi ha bisogno di me? qualcuno ha bisogno di me».
• «Gesù è pieno dello Spirito di Dio, lo Spirito conosce la donna e porta Gesù a conoscenza di questo. Gesù ci porta l'Amore di Dio Padre, Gesù è totalmente Amore. Grazie allo Spirito Gesù e la donna si trovano uniti nell'Amore del Padre».
• «Sembra che Gesù conoscesse già la donna. Poi ha bisogno della sua fede e della sua testimonianza per avere la possibilità di far capire a tutti qual è il suo messaggio di accoglienza nei confronti di chiunque».
• « Sottolineo due cose: la fede della donna e la potenza del Signore. Potenza che oggi è potenza dell'Eucaristia. Gesù è potente perché Figlio di Dio. Nella frase - “Figlia la tua fede ti ha salvata.” - c'è tutta la gratuita dell'Amore di Gesù».
• «Ringrazio per i tanti spunti di riflessione. Sottolineo la gratuità dell'Amore di Gesù, evidenziata da ciò che rappresentava la donna a quei tempi ed oltretutto accentuata dalla condizione di impurità in cui perennemente si trovava. E' bellissimo e sorprendente vedere come Gesù rivaluta questa donna».
• «Vedo nel brano una sintesi del cammino di conversione e nel contempo missionario della donna.
Annuncia perché ha sentito parlare di Gesù: io cosa annuncio, noi come Chiesa che cosa annunciamo? La fede della donna che la porta a voler toccare anche solo il mantello di Gesù. L'incontro tra Gesù che vuole vedere e la donna che con ancor più fede supera la sua paura. La completa guarigione e la vita nuova – missione nella pace e nell'invio che il Signore le dà».
• «Gesù è il centro. Nel suo andare viene incontro all'esigenza della donna. L'incontro avviene nella verità detta dalla donna ai piedi di Gesù; la verità passa tra Gesù e la donna e la vita della donna ne è trasformata diviene vita piena, vita vera, grazie a questo incontro».
• «Il centro è Gesù, ma non fa tutto lui, noi dobbiamo fare la nostra parte. Riusciamo a fare questo, a “giocarci”, se siamo convinti di essere chiamati personalmente. Se Gesù parla con me non posso non rispondere».
• «Viviamo forse troppo di abitudini, giustificate in parte dalle tradizioni. Dobbiamo aprirci di più agli altri, entrare in sintonia con la gente, fare uno sforzo per vedere, capire e cogliere i bisogni delle persone; è tutta terra di missione.Dio ama me e io amo senza chiedere nulla».
• «Alcune esperienze ai tempi della guerra in Bosnia e a Nazareth con Don Ugo Sansi mi hanno dato la convinzione che le esperienze di miseria ti cambiano la vita».
• «Gesù ama tutti ed è importante sentirsi amati. Ma se Gesù ama me e questo lo credo con facilità, allo stesso modo devo credere che anche ogni uomo che incontro è amato allo stesso modo; questo alle volte non è così facile e scontato. Molte volte mettiamo dei paletti come singoli e magari anche come comunità, viviamo tra tanti pregiudizi tante volte nascosti e che facciamo fatica a riconoscere».
• «Un’esperienza vissuta per la morte della madre di un amico e della grande indifferenza sia di fede, ma anche umana, nella quale oggi molti uomini e donne vivono, mi ha fatto interrogare: che fare? Giudicare o testimoniare la nostra fede con coraggio per dare esempio ai nostri fratelli di uno stile nuovo di vita? Abbiamo paura della sfiducia, il giudizio degli altri ci blocca».
• «La Parola di Dio è generosa, dobbiamo insistere; c'è bisogno della Parola di Dio. In questo gli altri ci guardano e ci giudicano. Spesso anche in chi collabora nei gruppi parrocchiali , si fa fatica a parlare di fede. C’è un pudore che ti porta a pensare che la fede sia un fatto strettamente privato e personale e parlarne è quasi una violazione. In realtà dietro c’è un grosso bisogno di parlarne».
• «La Parola deve essere fatta nostra, dobbiamo ascoltare la Parola di Dio per viverla nella nostra vita, allora diviene vera e potente, ci deve cambiare. Con la sola programmazione non si entra pienamente in sintonia, è la Parola in realtà che aiuta in questa direzione».
• «L'esempio va bene, ma va commentato dalla Parola di Dio. Bisogna dare ragione della propria fede che è sempre attuale ed è sempre quella; essere veri cristiani in un contesto in continuo cambiamento».
Slogan
“Quanta Grazia...Signore, se tu vuoi manda me...”
Mozione
Sull'esempio della Chiesa Latino Americana, proporre con coraggio l'esperienza dei circoli biblici, dove con la Parola di Dio al centro, tutti possano confrontarsi e sperimentare la sua forza rinnovatrice.
Noi comunità tradizionalmente cristiane dovremmo imparare dalle comunità “di base”, intese sia come le prime comunità cristiane sia come comunità nuove che nascono in varie parti del mondo, nelle quali c’era e c’è entusiasmo nell’ascolto della Parola.
Noi parliamo tanto, forse troppo, ma non abbiamo spesso il coraggio di riproporre “la” Parola. Si dovrebbe osare di più.
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Gruppo 8
Animatore: Padre Mario
Guai a me se non predicassi il Vangelo! 16 Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! 17 Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. 18 Quale è dunque la mia ricompensa? Quella di predicare gratuitamente il vangelo senza usare del diritto conferitomi dal vangelo.
19 Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: 20 mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. 21 Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. 22 Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. 23 Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro. (1 Cor 9,16-23)
Relazione riassuntiva del laboratorio
Affascinati o spaventati: le frasi di questa Parola di Dio che più ci colpiscono
• Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo.Il Vangelo non è parola nostra, è Parola di Dio; siamo perciò chiamati a non tenerla come un tesoro geloso ma a donarla a tutti.
• Guai a me se non predicassi il vangelo!A volte è grande la tentazione di rimanere indifferenti agli altri, soprattutto quando facciamo fatica a sentire l’amore di Dio, ed è difficile riuscire ad amare chi ci è accanto. In quanto cattolici, battezzati e cresimati, siamo però chiamati ad essere apostoli missionari sempre; siamo cioè chiamati ad annunciare il Vangelo con la sola nostra presenza, e non in virtù di qualche merito. Annunciando il Vangelo ci accorciamo che, in realtà, siamo noi stessi rinforzati nella fede; se non lo predicassimo, saremmo persi.
• Quale è dunque la mia ricompensa? Spesso siamo portati a cercare soddisfazione per ciò che facciamo; l’annuncio del Vangelo dovrebbe essere la nostra più grande ricompensa. Ricordiamoci che non siamo noi, ma Gesù Cristo, il centro del messaggio che stiamo annunciando!
• Pur essendo libero da tutti. La Parola di Dio è ciò che ci guida e ci fa rimanere saldi nella nostra fede; dobbiamo però provare a capire le situazioni di chi incontriamo, senza pregiudizi, mettendo al primo posto il vissuto dell’altro, chiunque esso sia.
• Per guadagnare. Spesso ritorna nel brano questa espressione, che sembra scontrarsi con la gratuità con cui Gesù si è donato; il guadagno di Paolo non è però una ricompensa, è l’aver portato tutti a Gesù. Spesso però il voler “guadagnare” più persone possibili ci è d’ostacolo, perché ci facciamo scoraggiare dalla scarsità dei nostri risultati: proviamo a vivere il bello che c’è!
• Essendo nella legge di Cristo. Siamo liberi da tutti, ma non dalla legge di Cristo; se ricordiamo però che il comandamento di Gesù è amare Dio e il prossimo, siamo chiamati a ritornare ai fratelli seguendo il suo esempio. Come lui proviamo perciò ad essere liberi e servi per amore.
• Mi sono fatto tutto a tutti. Spesso siamo tentati di affermare noi stessi attraverso gli altri; Paolo ci suggerisce che solo in Cristo possiamo trovare noi stessi. Siamo perciò liberi di avvicinarci agli altri ed essere ciò che ci chiedono, poiché abbiamo già definito la nostra identità grazie a Gesù Cristo. Siamo noi stessi i primi a doverci convertire (“cambiare con”), provando a non resistere agli altri rispondendo a ciò di cui hanno bisogno.
• Tutto io faccio per il vangelo. Paolo è radicale, dedica tutto se stesso e tutta la sua vita ad annunciare il vangelo. Concretamente per noi è difficile essere sempre predicatori di Gesù, nelle diverse situazioni e con diverse persone. Il primo passo per camminare verso gli altri e aprirci noi stessi alla Parola, convertendoci e manifestando Cristo con la nostra vita.
Pensieri e modi di vivere: i protagonisti di questo brano
• Paolo. Paolo “si fa”, ovvero si incarna come Cristo nelle vite degli altri; non si avvicina semplicemente ai fratelli, ma vive i loro progetti. In questo modo riesce a scoprire negli altri anche parte di se stesso e delle sue debolezze; scoprendosi uguale, i sentimenti con cui ci avvicina non possono che essere d’umiltà e di rispetto. Solo ponendosi in questo modo ha la speranza di riuscire a “guadagnare” il fratello che ha incontrato; non si può obbligare nessuno alla conversione. Paolo si fa interpellare da ogni incontro, sta nel mondo, con gli altri, pur mantenendo la propria identità.
• Gli “altri”. Ognuno sembra andare per la propria strada, con le proprie idee e sicurezze. La buona notizia ci raggiunge lì dove siamo, nel nostro quotidiano; non esiste un “discepolo ideale”, tutti siamo chiamati a seguire Cristo.
La vita di Gesù: come lui stesso ha incarnato questa Parola
• Mi sono fatto servo di tutti. Gesù, Uomo e Figlio di Dio, umilia se stesso facendosi servo.
• Mi sono fatto tutto a tutti. Paolo rivive lo stile missionario di Gesù, che per primo va incontro ai peccatori e si fa vicino a tutti, testimoniando con coraggio il suo messaggio anche ai più lontani.
• Tutto io faccio per il vangelo. Gesù dona tutto se stesso agli uomini, morendo in croce. Pur sentendosi abbandonato da tutti nella preghiera manifesta la sua totale fiducia nel Padre, ed è pronto a seguire la sua volontà.
Pensando alla nostra vita: i personaggi e le esperienze in cui ci identifichiamo
• Paolo vive per predicare il Vangelo. Spesso nella quotidianità è più facile testimoniare con i gesti che con le parole, predicare può addirittura far allontanare chi abbiamo incontrato. L’importante è però motivare all’altro i gesti che compiamo, per testimoniare il perché, e soprattutto il per Chi, di ogni nostra azione.
• Paolo si fa vicino a chi incontra. Prima di annunciare il Vangelo è importante immedesimarsi negli altri, farsi come gli altri. Solo dopo essere entrati in comunione, e dove necessario aver aiutato l’altro a promuoversi come uomo, possiamo predicare il messaggio di Gesù. Dobbiamo provare a vincere la mentalità del mondo e i suoi pregiudizi, solo così possiamo accogliere l’altro, anche se diverso, e provare a stargli vicino. In questo modo possiamo aiutarlo ad avvicinarsi anche a Dio, facendoci strumenti del suo amore.
• Paolo cerca gli altri nella loro quotidianità. A volte, il modo in cui viviamo il lavoro e gli impegni che ci riempiono la giornata sono un ostacolo alla predicazione. Il rischio è farsi prendere dalle cosa e non dalle persone: solo tornando alla Parola abbiamo la forza di ricominciare ogni volta.
La Chiesa missionaria: cosa ci dice a riguardo questo brano
• Guadagnare gli altri. La Chiesa è chiamata a guadagnare quante più persone, ovvero ad accoglierle. Come cattolici, quindi missionari, abbiamo il compito di mostrare agli altri la presenza di Gesù Cristo che è già dentro di loro. Guadagnare a Cristo diventa perciò portare i fratelli a lui.
Il nocciolo del discorso: come riassumiamo la nostra riflessione
VANGELO E UNIVERSALITÀ: FARSI FRATELLO A TUTTI
• Vangelo. La Parola è al primo posto nella nostra vita, tutto facciamo per il Vangelo; essa è dovere e ricompensa.
• Universalità. Il Vangelo ci fa cambiare e convertire. Non esiste la Chiesa missionaria, esiste la Chiesa e basta, che annuncia universalmente.
• Farsi. E’ necessario un nostro coinvolgimento personale; prima di tutto dobbiamo convertire noi stessi e dall’ascolto passare all’impegno.
• Fratello. Dobbiamo incarnarci nelle vite degli altri, vivendo i loro progetti, togliendo ogni superiorità. Facendoci umili, dobbiamo provare a camminare con chi ci è vicino.
• A tutti. L’annuncio è per tutti, per chi è vicino e per i più lontani da noi. Il Vangelo ci propone radicalità, dobbiamo farci tutto a tutti.
Mozione per il Vescovo
Sarebbe utile avere consigli e strumenti affinché ogni parrocchia sperimenti una pastorale rivolta agli stranieri presenti sul territorio.
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Gruppo 9
Animatrice: Suor Simona
Filippo e l’etiope 26 Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: “Alzati, e và verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta”. 27 Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candàce, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, 28 se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia. 29 Disse allora lo Spirito a Filippo: “Và avanti, e raggiungi quel carro”. 30 Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: “Capisci quello che stai leggendo? ”. 31 Quegli rispose: “E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?”. E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. 32 Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo:
Come una pecora fu condotto al macello
e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa,
così egli non apre la sua bocca.
33 Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato,
ma la sua posterità chi potrà mai descriverla?
Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita.
34 E rivoltosi a Filippo l’eunuco disse: “Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro? ”. 35 Filippo, prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù. 36 Proseguendo lungo la strada, giunsero a un luogo dove c’era acqua e l’eunuco disse: “Ecco qui c’è acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato? ”. [37].38 Fece fermare il carro e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò. 39 Quando furono usciti dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più e proseguì pieno di gioia il suo cammino. 40 Quanto a Filippo, si trovò ad Azoto e, proseguendo, predicava il vangelo a tutte le città, finché giunse a Cesarèa. (At 8,26-40)
Relazione riassuntiva del laboratorio
È stato per noi importante scoprire l’importanza di sentire in noi la sete di questa Parola, prima ancora di capirla. L’Eunuco, infatti, leggeva senza capire, era attratto da ciò che la Parola diceva di sé senza ancora conoscerla. Questo desiderio profondo, ha aperto le porte alla conoscenza della Persona da cui questa Parola proveniva.
Questo è provocatorio: io, che ho avuto tante possibilità di ascolto e spiegazione della Parola di Dio (prediche, catechesi, incontri, ecc.) cosa ne ho fatto? L’ ho lasciata scivolare via dalla mia vita? La capisco davvero o corro il rischio di ricercare in essa solo quello che io voglio?
Abbiamo condiviso anche la paura di un’adesione ad essa spesso abitudinaria e poco esperienziale; paura che chiude e frena nell’Annuncio, nella Missione.
1. ASCOLTO E OBBEDIENZA ALLA PAROLA
Questa Relazione, questo Incontro, ha la caratteristica della familiarità; familiarità tra il Signore che parla per mezzo del Suo tramite (Angelo/Spirito) chiamando all’annuncio, e Filippo che FA LA PAROLA CHE LO HA RAGGIUNTO: Dio parla e egli subito si attiva.
Questo essere pronto di Filippo ci ha provocato. Di Chi sono? Per Chi vivo? Chi ascolto?
La risposta dell’uomo a Dio è un’obbedienza senza calcoli. La risposta di Filippo è disponibile, aperta e docile; non a denti stretti. Non si ferma al “mi piace - non mi piace”: in questo vediamo per noi la pro-vocazione e la fatica. Spesso il nostro ascolto è calcolato, interessato: nella Parola cerco un’interpretazione che mi aggrada e soddisfa. Quest’interpretazione troppo intimista, rischia di non aprirci agli altri e di indurire cuore e vita. Noi che spesso tentiamo di prevedere le cose in anticipo; noi che vorremmo programmare tutto con gli strumenti e i mezzi più adeguati … Dio non segue solo un’ottica umana.
“Vai …e raggiungi quel carro” (At 8, 29) Questo ci provoca ad un’obbedienza che è fiducia in qualcun’Altro oltre noi stessi; fiducia in un Dio che ci invita a metterci nelle Sue mani.
La quotidianità è il luogo in cui cresce e matura l’obbedienza alla Parola. Non ci è data la soluzione a busta chiusa! Dio rispetta la nostra libertà e ha tanta fiducia nella nostra maturità di figli, da lasciare a noi il compito di leggere, nello svolgersi degli avvenimenti della vita, i modi e i metodi di annuncio della Sua Persona. È lo Spirito che conduce, non siamo soli: e questo ci conforta!
2. STILE DI FILIPPO: STILE MISSIONARIO, STILE DI GESÙ STILE DELLA SUA CHIESA
Lo stile che incontriamo in Filippo, è lo stile dello stesso Signore Gesù: un mettersi accanto delicato, un approccio discreto e affettuoso, aperto alla condivisione che dischiude il cuore dell’uomo alle domande più profonde che lo abitano, con grande pazienza. Non forza i tempi, non impone ma propone, conduce e accompagna. È infatti Filippo ad essere invitato dall’Eunuco a salire sul carro per condividere con lui, non è lui per primo che si impone… Questo ci invita alla pazienza, a non imporre la nostra parola, ma lasciare che nell’altro cresca e maturi la voglia di conoscere e incontrare il Signore, in un desiderio di condivisione della fede. Questo significa, mettersi in gioco in prima persona, lasciarsi provocare non solo dalla Parola, ma dal fratello che ci è accanto, mettendoci insieme in ascolto e in ricerca della risposta che viene solo da Dio. In questa Parola abbiamo riconosciuto un duplice invito:
da una parte non attendere di essere pronti e bravi per condividere la nostra fede; anche a me viene chiesto di dare quello che a mia volta ho ricevuto …
dall’altra coltivare e nutrire la nostra fede, verso una conoscenza sempre più profonda ed esperienziale del Signore Gesù, attraverso l’incontro con la Sua Parola.
Inoltre lo stile di Filippo è lo stile del missionario, di ogni credente che non pone al centro dell’annuncio sé stesso, ma la Persona di Gesù Cristo. Tant’è vero che quando nel cuore dell’Eunuco dimora la gioia dell’Incontro con il Signore, Filippo si lascia rapire e portare via ... Filippo, inoltre, ci ricorda e ci invita alla gratuità nell’annuncio: stile di Gesù, del missionario e di ogni credente.
3. LA PERSONA DI GESÙ CRISTO: CENTRALITÀ DELL’ANNUNCIO CRISTIANO
Il cuore dell’annuncio di Filippo, il cuore del nostro annuncio è e deve essere La Buona Novella del Signore Gesù Cristo crocifisso, morto, risorto e asceso al cielo. O la nostra vita e le nostre parole dicono questo, o il nostro sarà solo l’annuncio di morale e precetti e non testimonianza dell’Incontro con il Vivente. Un’incontro e una gioia che non possiamo tenere per noi!
4. TESTIMONI DI GIOIA
In questo incontro con la Persona di Gesù, in questo annuncio della Buona Novella, in quest’obbedienza libera e liberante alla Sua Parola, è la nostra Gioia. Questa è la nostra missione nella Chiesa. In terra di prima annuncio, da queste chiese sorelle sparse nel mondo, giunge a noi l’invito ad un ritorno all’essenziale: l’annuncio di Gesù Cristo, inviato dal Padre per la salvezza di tutti gli uomini.
Forse nelle nostre Comunità traspare poco la gioia dell’essere di Cristo. Forse non testimoniamo più questa gioia, non perché non sia vera ed efficace, ma perché l’abbiamo appesantita con le nostre strutture … Dovremmo mettere da parte un po’ del nostro “formalismo”, delle nostre “regole” per rimettere al centro della nostra vita, delle nostre Comunità, dei nostri gruppi, Gesù e il Suo Vangelo e da questo lasciarci cambiare.
CONCLUSIONE
Allora il nostro essere missionari oggi è:
- mettersi in ascolto della Parola di Dio: mettersi in sintonia con Essa per capire cosa ci chiede, qui e ora.
- mettersi in ascolto dei fratelli che ci stanno accanto, dando ragione della nostra fede e della nostra appartenenza a Dio, in qualunque luogo e situazione, lasciandoci stimolare e provocare dal diverso.
- mettersi in ascolto della vita e delle circostanze concrete in cui ci viene chiesto di “annunciare”.
- POI FARE … NON PRIMA!
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Gruppo 10
Animatrici: Laura e Daniela
I primi missionari 55 Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra 56 e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”. 57 Proruppero allora in grida altissime turandosi gli orecchi; poi si scagliarono tutti insieme contro di lui, 58 lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. 59 E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. 60 Poi piegò le ginocchia e gridò forte: “Signore, non imputar loro questo peccato”. Detto questo, morì.
8 1 Saulo era fra coloro che approvarono la sua uccisione. In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme e tutti, ad eccezione degli apostoli, furono dispersi nelle regioni della Giudea e della Samaria. 2 Persone pie seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui. 3 Saulo intanto infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione.
4 Quelli però che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio. (At 7,55-8,4)
Ciò che mi ha colpito di più:
• violenza della gente da cui nasce la testimonianza – l’indifferenza non produce frutti (meglio una reazione violenta che il nulla);
• forza del perdono di Stefano – chiede di saper perdonare;
• diffondevano la parola di Dio – riportato ai giorni nostri quanto può essere difficile riportare la parola di Dio, non vergognarsi di essere cristiani. Magari per noi può essere più difficile perché c’è paura o c’è difficoltà perché il vangelo è radicale.
Chi sono i personaggi, in che personaggio o esperienza mi sono identificato e che cosa dice a noi in quanto chiesa missionaria.
• Stefano, questo cristiano perseguitato. Anche ai giorni nostri i cristiani sono perseguitati.
• Stefano è capace di perdonare ai suoi persecutori. Noi dovremmo essere i primi a perdonare i nostri fratelli, ma è la cosa più difficile.
• “Forse non sarò mai lapidato perché forse non sono pieno di Spirito Santo!”. Per Stefano, l’incontro con Gesù è forse stata la sua condanna a morte.
• “Io contemplo i cieli aperti”: i cieli non hanno confini, chi ha confini, gli uomini, si turano le orecchie. Il cristiano non può avere confini, il cristiano anche durante la persecuzione non ha confini.
• Modalità con cui viene ucciso Stefano: lapidazione, molto violenta. Quanto io, la mia comunità o la chiesa siamo capaci di lapidare gli altri? “Le parole sono pietre”.
• “Saulo intanto entrava nelle case…”. Quante volte io in missione ho fatto lo stesso? Venendo da una storia cristiana ho diritto di “mettere in prigione” delle esperienze o testimonianze di persone che magari vivono in maniera diversa da noi.
• Immagine dei testimoni che depongono il mantello- il mantello ingombra loro la possibilità di “lapidare bene” fa parte dell’uomo questa doppiezza.
• “Quelli… dispersi…”come questi cristiani che sono stati convertiti e già la fatica li prende, è troppo facile dare la colpa a Dio , ma bisogna trovare in Dio la forza di superare i problemi.
• Non spiega come diffondono la Parola, ma sappiamo che è successo.
• “ANDAVANO E DIFFONDEVANO”: quante volte mi è successo di andare e non diffondere anche sul pianerottolo di casa.
• “Andate e diffondete “ così come siamo è chiaro che una formazione ci vuole, ma con l’esempio. Dovremmo avere un po’ più di coraggio e saper metterci un po’ più in discussione anche noi. Più gratuità – gratuitamente abbiamo ricevuto gratuitamente dovremmo dare.
• Belle parole ma nella realtà dei fatti non è così.
• Ci manca tempo e coraggio anche di aiutare gli altri.
Esperienze di chiesa missionaria
• Esperienza di evangelizzazione di strada (ad esempio Nuovi Orizzonti) un’ora di adorazione poi mandati in centro città a coppie, la regola è andare da chi non si andrebbe mai.
• Incontri stupendi. Mentre uno dei due parlava l’altro pregava per chi parlava.
• Giovani di Tavernola: suonano ai campanelli casa per casa e chiedono di andare con loro.
• Lettura in casa del vangelo.
• Scambi culturali fra gruppi.
• La base è la parola di Dio. La parola causa della morte di Stefano, urlo per fermarla questa parola. Ma anche se l’uomo cerca di mettergli un freno ciò che viene da Dio va lo stesso- perché la parola non è dell’uomo ma è data all’uomo.
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Gruppo 11
Animatore: Padre Marco
Gesù smarrito e ritrovato nel tempio
41 I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42 Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; 43 ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44 Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45 non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46 Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. 47 E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48 Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. 49 Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? ”. 50 Ma essi non compresero le sue parole.
51 Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. 52 E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. (Lc 2,41-52)
Relazione riassuntiva del laboratorio
• Ciò che spinge tutti gli anni i genitori di Gesù a Gerusalemme è la fede.
• “Si misero a cercarli fra parenti e conoscenti”: la comunità deve aiutare a cercare Gesù, tutta la comunità esprime la stessa fede, ed in essa ciascuno è responsabile degli altri.
• “Al vederlo restarono stupiti”: perché Maria si è stupita? Quando ha accettato di essere madre del Figlio di Dio doveva sapere che la sua vita non sarebbe stata come quella delle altre madri. Neanche per lei è invece facile accettare che Gesù è Figlio di Dio.
• “Ma essi non compresero le sue parole”: tutto quello che Gesù ci dice non deve dare frutto immediatamente. Il chicco di grano deve morire per dare frutto, ci vuole tempo.
Come e quanto la Parola produce dipende da noi.
• “Gesù rimase a Gerusalemme senza i genitori”: Gesù rimane dove c’è la Parola perché lui è la Parola.
• Personaggi del racconto:
- I genitori
- Gesù
- I dottori della legge
- La carovana
• Cosa fanno? Sono in viaggio, in cammino: vanno, tornano, cercano, vanno di nuovo e ritornano.
La famiglia cammina insieme con una famiglia più grande che è la comunità.
• Cosa dicono? “Tuo padre e io”: è l’identificazione della famiglia.
• Gesù si è sottomesso al progetto di Dio, ma anche al sogno di una madre e di un padre, ha vissuto da figlio obbedendo alla legge umana.
Anche Maria e Giuseppe erano sottomessi a un disegno che non capivano, e Gesù sta sottomesso a loro.
• È difficile oggi essere testimoni: non ci identifichiamo più, andiamo dietro alle mode.
• Per la Chiesa essere missionaria vuole dire mettersi in viaggio, camminare coscienti del dono della fede. In cammino, in carovana, in comunità, mettendosi in ascolto della Parola e dell’esperienza umana. Lasciarsi stupire. Il divino è mediato dal nostro rapporto umano.
Slogan
Camminare insieme nello stupore, ringraziando e vivendo la gratuità,
nella sottomissione al sogno di Dio (Parola)
Mozione – domanda
Come rispondere a voci autorevoli della Chiesa che negano la costruzione di luoghi di culto a chi è di altre religioni, negando così di fatto la libertà di culto alle persone?
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Gruppo 12
Animatore: don Stefano
Il libro dolce e amaro 8 Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: “Và, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta ritto sul mare e sulla terra”. 9 Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: “Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”. 10 Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza. 11 Allora mi fu detto: “Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni e re”. (Ap 10,8-11)
Relazione riassuntiva del laboratorio
Cosa ci ha colpito di più
• “Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza”: non potrò scegliere le parole che più mi piacciono.
• Dolcezza e amarezza insieme: amarezza perché non siamo in grado di assimilare tutta la Parola; dolcezza perché ne senti la bontà e vuoi farne dono anche agli altri.
• “Ti riempirà di amarezza le viscere”: l’amarezza sta nella digestione, se ti fermi al gusto è buono. Manca la terza parte: come ridiventa buono?
• Decisione immediata del profeta che prende il libro e lo divora pur sapendo che non è solo dolce. Cosa significa l’amarezza? Forse la delusione perché il mondo non risponde.
• L’amarezza sta nel sentirsi troppo piccoli per poter avere questo miele: il miele sarà il frutto di ciò che riuscirò a fare.
• Nella nostra società siamo molto distanti dalla Parola di Dio: occorre ricominciare a confrontarsi con la Parola di Dio.
• Il brano termina con “devi ancora profetizzare”. Ma se una cosa ti colpisce al negativo, ti riempie di amarezza, sarà poi difficile andare a profetizzare.
• Attira il fatto che il libro è presentato come “piccolo”: forse vuole dire che è alla portata di tutti, tutti possono leggerlo e capirlo.
• Spaventa in vece il compito di “profetizzare su molti popoli, nazioni e re”. Soprattutto chi è in alto ha altri profeti da ascoltare. Molto meglio profetizzare ai popoli che ai re: sono più predisposti ad ascoltare.
• Tutto sembra partire dalla pancia, dal di dentro: è l’istinto che reagisce per primo. Ed è anche il centro del nostro vissuto. Quando facciamo qualcosa di male, è la pancia che si stringe. Ma questo dovrebbe essere lo stimolo per riflettere sulle nostre azioni.
• Colpisce che il libro sia piccolo, come a dire che è alla portata di tutti. Invece spaventa la dolcezza in bocca: se fosse amaro sarei giustificato nel buttarlo via. Ma se è dolce, devo offrire anche agli altri la possibilità di gustarlo.
• Il sentirne l’amarezza nelle viscere, è segno che il libro è stato assimilato. Io invece non ricordo più il vangelo appena sono uscito di messa…
I personaggi della scena e come entrano in gioco
• Personaggi: angelo, voce, Giovanni (veggente – profeta), popoli, nazioni e re.
• Perché Dio si serve di un angelo? Poteva arrivare a Giovanni direttamente.
• Cosa significa quell’ “ancora” che viene ordinato al profeta? “Devi profetizzare ancora”. È un compito che devi sempre portare avanti, non puoi fermarti mai.
• Devo andare a prenderlo, il libro. Non è l’angelo che me lo porta direttamente.
• L’angelo quasi ti scoraggia: non sembra venire incontro, e avverte della amarezza.
Come Gesù ha vissuto questa Parola
• Nell’Orto degli ulivi: fino a poco prima sembrava tutto miele, ora invece Gesù sperimenta tutta l’amarezza possibile.
• Gesù obbedisce alla voce del Padre. Sa ascoltare sempre la voce di chi non si vede presente.
• La voce dice: “Vai e profetizza”, non “Vai e converti”. Gesù è stato profeta, non ha obbligato alla conversione.
• Sulla croce Gesù sperimenta l’amarezza dell’abbandono del Padre.
• Anche nelle beatitudini Gesù ha usato l’antitesi fra amarezza e dolcezza.
Con chi ci sentiamo identificati
• Con Giovanni: anche noi abbiamo ricevuto un libro.
• Con i “popoli”, la gente che ancora ha bisogno di ricevere l’annuncio del Vangelo.
• Con chi è nella posizione di non volere ascoltare la voce.
• Con Giovanni, nel senso che c’è qualcuno che mi dice: “Và, prendi il libro”, qualcuno che mi stimola a fare le cose.
• Sicuramente abbiamo a disposizione molto “annuncio”. Ma poi si fatica a prendere il libro e a mangiarlo per intero: si finisce con il ritagliarne solo qualche pezzettino e mangiare solo quello.
• Con chi si sente un po’ spaventato da questa “amarezza” che gli vene predetta. E allora si ha paura a mangiare spesso e con continuità.
• Non è solo partendo per missioni lontane che si può diventare profeti: è, ancora di più, amando chi non è amato.
• “Ancora”, ci dice il brano. Invece io tante volte dico: “Basta!”. La cosa più difficile è la costanza.
• L’ “ancora” è anche un invito a cercare sempre la propria identità.
Cosa dice questa Parola a noi in quanto Chiesa missionaria
• La Chiesa è chiamata ad essere come l’angelo, e porgere a tutti il libro, dire a tutti che è lì da mangiare. Qualche volta invece lo nasconde., magari dietro mille regolamenti.
• Se la Chiesa siamo noi, allora a noi il compito di dire a tutti: “Se vuoi, questo libro possiamo leggerlo insieme”.
• Come Chiesa missionaria l’invito è a concentrarci meno su cose che non sono la Parola di Dio.
• Ricordiamo anche che la Parola ha bisogno di essere concretizzata, se vuoi che sia coerente: ci voglio quindi anche i fatti. “Profetizzare” non è solo annunciare la Parola, è anche l’azione concreta.
• Ciò che fa la differenza è come tu ami coloro che vivono con te. Non solo chi sta fuori, ma anche e prima ancora chi vive con te.
Slogan
Ancora
Sintesi dei lavori di Gruppo
Gruppo 1 – Parabola del seminatore
• Dall’ascolto della parabola è emerso che Gesù ci incoraggia a fare come lui, a rinnovare il rapporto con Dio Padre, per seminare con gratuità, rivolgendosi a tutti, avendo fiducia, coraggio e perseveranza.
• Questo stile ci sembra di vederlo di più in ciò che vivono i missionari: le esperienze missionarie ci educano.
• Fa bene alla nostra comunità dar vita a gruppi di condivisione della Parola di Dio.
• Aiutiamoci a riconoscere anche tutti i frutti della nostra Chiesa italiana.
Gruppo 2 – La casa costruita sulla roccia e quella sulla sabbia • Il Regno di Dio è per tutti.
• Siamo amati da Gesù e, contemporaneamente, inadeguati a mettere in pratica la sua Parola.
• La Parola di Dio è unica ed efficace. E dice l’amore infinito che Dio ha per noi.
• Quando giudichiamo gli altri, non è che stiamo proprio edificando la casa sulla sabbia?
• Ci domandiamo se le nostre comunità sono credibili o stiamo costruendo sulla sabbia.
• Altra domanda: i nostri oratori sono missionari?
• Sintesi che scriveremo sulla striscia per l’offertorio: “La nostra roccia è Cristo”.
Gruppo 3 – Marta e Maria • Ci siamo riconosciuti soprattutto in Marta, ma ci siamo anche detti che comunque, Marta, Gesù lo ha accolto in casa.
• Maria è bella perché ascolta, non perché prega.
• Maria capisce che sta succedendo qualcosa di unico per lei.
• Ci vuole equilibrio fra Marta e Maria. Mettere insieme tutte e due nella nostra vita.
• Le cose che facciamo sperimentiamo che non fanno la gioia, ma è Gesù che dà la gioia, e quindi deve essere al primo posto.
• Anche Gesù ha fatto Marta, a volte, nella propria vita.
• Siamo portati a pensare che il fare vuole dire amare qualcuno, ma non sempre è così.
• L’ascoltare è faticoso.
• Mozione: proponiamo che si crei la tradizione del Vangelo nelle case, e che si formino missionari che entrino nelle case, e che i gruppi missionari siano più aperti in questa direzione, di portare Gesù e la sua Parola nelle case.
Gruppo 4 – I discepoli di Emmaus • Sintesi di quanto detto: “camminava con loro”, “lo riconobbero”, “partirono senza indugio”, “subito”.
• Importanza delle figure dei testimoni per noi e per la missionarietà delle nostre comunità.
• Sui modi di accostarsi alla Parola: occorre applicazione, tempo e costanza; occorrono momenti personali e comunitari.
• Mozione: favorire una pastorale integrata per superare le difficoltà delle parrocchie; educare i laici a prendersi responsabilità ecclesiali.
Gruppo 5 – Guarigione del servo del centurione • Siamo stati colpiti dalla frase: “Va’ e ti sia fatto secondo la tua fede”. Viene spontaneo chiedersi che se non ricevo quello che chiedo vuole dire che non ho abbastanza fede. Facciamo fatica a fidarci e ad affidarci a Gesù e alla sua Parola, riconoscendo la gratuità di tutto quello che riceviamo.
• Abbiamo sottolineato anche il fatto che il centurione chiedeva non per sé ma per il suo servo.
• Ci sentiamo identificati nella gente, quella che seguiva Gesù, e a cui Gesù si è poi rivolto e ha detto: “Guardate che non ho mai trovato così tanta fede”. Ci crediamo già arrivati perché seguiamo Gesù, forse anche migliori degli altri. In realtà Gesù riconosce nel centurione, straniero, colui che ha più fede, e lo pone come modello per gli altri. È proprio il centurione che per primo crede nella persona di Gesù, si mette in gioco, si espone presentando la sua richiesta, si mette in condizione di aver bisogno dell’altro, e prende coraggio, domandando con insistenza, nonostante il primo rifiuto di Gesù.
• Chi possono essere oggi i “centurioni”? Quelli che hanno il coraggio di lasciare le proprie certezze, gli schemi in cui si è cresciuti. Ci ha colpito molto questo “rompere gli schemi”, sia da parte del centurione che di Gesù, che gli dà retta, lo ascolta e lo esaudisce. I “centurioni” di oggi sono coloro che hanno il coraggio di scommettere su una vita di cui non si vede il senso logico: scommettono su qualcosa su cui non scommetterebbe nessuno, spinti da una fede che va oltre ogni logica di profitto, di piacere, o di beneficio per sé.
• Nelle nostre comunità c’è bisogno di una nuova apertura, di vedere anche al di fuori della comunità cristiana i segni della Parola e della fede. Le strutture delle nostre parrocchie sono ancora molto rigide, centrate ancora troppo sulla figura del prete. E si fa fatica a vedere al di fuori, a riconoscere i segni di questa fede così grande al di fuori della comunità.
Gruppo 6 – Guarigione del paralitico
• Primo elemento che è emerso: l’iniziativa di Gesù, è lui che entra a Cafarnao, è lui che ci cerca, che si dona gratuitamente.
• Secondo elemento: il ruolo del missionario. Lo abbiamo visto un po’ nei portantini, che arrivano a calare il paralitico dal tetto. Poi si rendono conto che le aspettative degli uomini sono diverse da quelle di Dio, perché il primo dono che Gesù fa al paralitico è quello della remissione dei suoi peccati, della misericordia.
• Altro elemento: la forza della Parola. In quella stanza piena di gente c’era soltanto silenzio e la parola di Gesù che rompeva questo silenzio. Si è riflettuto sulla necessità di tornare alla verità che c’è nella Parola, al nucleo, al centro di tutto. Anche richiamandosi a quello che don Bruno ci aveva detto questa mattina, che si predicano troppo le conseguenze e non le radici.
• Frase scritta per l’offertorio della messa: “Lasciamoci scoperchiare il tetto della nostra vita”.
• Nella mozione ci sono due punti:
- maggiore corresponsabilità laicale, con il laico che non si limiti a fare le pulizie dell’oratorio;
- sulla pastorale missionaria: che la chiesa diventi più accogliente, e che chi si occupa di missioni si dedichi meno alla raccolta di fondi, alla vendita delle torte per inviare soldi, ma si formi ad una spiritualità missionaria vera.
Gruppo 7 – La guarigione dell’emorroissa
• Tutti abbiamo vissuto con meraviglia e sorpresa l’intensità di questo momento di condivisione, e il dono che ce ne arrivava.
• Il centro è Gesù, nel brano come in ogni itinerario missionario. La cosa è scontata ma è bene ripetersela. La donna infatti si dice che “aveva sentito parlare di Gesù”. Dobbiamo tenere questo centro, lui è potente. E dobbiamo avere la fede, come questa donna, pregando: “Signore aumenta la nostra fede”.
• La potenza di Gesù, che esce dal suo mantello, è stata vista nella Chiesa e nei Sacramenti: non abbiamo il mantello, ma abbiamo lui, possiamo mangiare di lui nell’Eucaristia.
• Si è sottolineato come lo Spirito lavorava per unire entrambi, Gesù e la donna: da una parte Gesù, vuole vedere la donna che l’ha toccato. E, dall’altra parte, la donna stessa, che è mandata da Gesù, prima con paura, ma poi davanti a lui in ginocchio, nella verità, a dire: “Io ti ho toccato”.
• La guarigione della donna dalla malattia non è completa, fino a che la donna non le dice: “Va in pace”. È questa pace che ti guarisce, la totalità di questa vita nuova che ti viene donata. Ed è anche la missione che ora per lei è possibile: è una persona nuova, che può annunciare questo incontro.
• In sintesi: annuncio (la donna che aveva sentito parlare di Gesù), fede della donna, l’incontro con il Signore, la guarigione e la vita nuova.
• Altra sottolineatura: il grande amore di Gesù, che supera ogni barriera, anche quella dell’impurità che impediva ogni contatto.
• Frase finale: “Quanta grazia. Signore, se vuoi, manda me”.
Gruppo 8 – Prima lettera ai Corinti di San Paolo
• Prima parola chiave con cui abbiamo cercato di riassumere quanto detto è “Vangelo”. San Paolo dice che è un dovere annunciare il Vangelo, ma anche una ricompensa.
• Seconda parola: “Universalità”. Paolo dice: “Essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti”. L’universalità è nel DNA del cristiano, e muove verso i fratelli più vicini, per farci arrivare a tutto il mondo.
• C’è poi una frase: “Farsi fratello a tutti”. Il “farsi” indica un coinvolgimento personale, la necessità prima di tutto di convertire se stessi. Solo in questo modo si può passare dall’ascolto all’impegno. “Fratello” dice l’avvicinarsi agli altri con umiltà, togliendo ogni pretesa di superiorità; e camminare insieme, non solo avvicinarsi, ma vivere gli stessi progetti. “A tutti” rimanda a quell’universalità di cui sopra, avvicinarsi non solo a chi è vicino, ma anche a chi è lontano, diverso da noi, proponendo una radicalità come quella di San Paolo.
Gruppo 9 – Filippo e l’etiope
• Primo punto che abbiamo individuato: Filippo è pronto ad accogliere l’invito a seguire la voce dello Spirito, sia quando l’angelo lo invia sulla strada, sia quando lo Spirito stesso lo invita ad andare avanti. Allo stesso modo, anche noi siamo chiamati ad accogliere l’invito a seguire questa voce.
• Raggiungere poi gli altri portando la buona novella, dando anche ragione di quello che portiamo e crediamo.
• Poi la condivisione e l’essere pronti per ripartire.
• Slogan riassuntivo: “La gratuità dell’annuncio della buona novella.
• Una domanda che invece ci è venuta: quale deve essere lo stile dell’annuncio oggi, dato anche il poco interesse ad ascoltare la Parola?
Gruppo 10 – Lapidazione di Stefano • Leggiamo che “Stefano era pieno di Spirito Santo”, e viene condannato a morte. Viene condannato a morte perché pieno di Spirito Santo.
• Spesso viviamo la fede valutando le opportunità, le convenienze, le circostanze. Ci rendiamo conto di essere tiepidi. E se da un lato ci sentiamo tranquilli perché evitiamo lo scontro, dall’altro avvertiamo lo scandalo della nostra timidezza, quasi vergogna. Ci chiediamo: perché tanta resistenza alla azione dello Spirito?
• Stefano poi “contempla i cieli aperti”, quindi senza confini. Il cristiano non può avere confini, anche durante la persecuzione, perché l’amore di Dio non ha confini. Spesso preferiamo turarci le orecchie per non aprire il cuore alla novità, alla differenza, al confronto. Anche, purtroppo, all’interno della realtà ecclesiale stessa.
Gruppo 11 – Gesù smarrito e ritrovato nel tempio
• Prima sottolineatura: una famiglia in cammino, che va a celebrare una festa, in comunità. Il cammino è un andare e un venire, vanno e ritornano a Gerusalemme, fino a che non trovano Gesù.
• Altra sottolineatura: stupore dei sacerdoti, e stupore dei famigliari. I sacerdoti si stupiscono perché si accorgono che Gesù sta predicando un nuovo Vangelo.
• Ci ha poi lasciati perplessi la sottomissione finale di Gesù. Sottomesso a che cosa? Ci siamo chiesti. E abbiamo detto: sottomesso ad un sogno di Dio. Sia i genitori, sottomessi al sogno di Dio, che entra nella storia di questa famiglia, non altera il sogno della famiglia stessa, cioè il diventare padre e madre. E Gesù è sottomesso non solo al sogno di Dio, ma anche al progetto umano, vive nella realtà umana.
• Quindi: camminare insieme, nello stupore, capaci di stupirci di ciò che ci circonda e di ciò che ci viene detto. Nello stesso tempo è un ringraziamento.
• Una domanda al Vescovo: come cristiani, cattolici e missionari, come rispondere a voci autorevoli che negano la costruzione di luoghi di culto, anche per altre religioni, dove l’uomo è chiamato all’incontro con il trascendente?
Gruppo 12 – Il libro dolce e amaro • Siamo stati stupiti di vedere in questo brano una sintesi dell’esperienza cristiana e missionaria: c’è la chiamata, la risposta, l’accettazione della Parola, e il mandato.
• Abbiamo poi parlato delle difficoltà di accostarci alla Parola di Dio, di ascoltarla e di annunciare. Anche se si tratta di una Parola che lascia una sensazione di dolce in bocca, le difficoltà non mancano.
• Altra sottolineatura: il percorso della salvezza e della conversione stanno tutti nelle mani di Dio e della sua Parola. Noi siamo solo uno strumento. Non però uno strumento passivo, ma persone cui è chiesta anche una partecipazione attiva. Uno strumento sì, ma indispensabile.
• Infine: la testimonianza ci sembra espressione della Parola, e, viceversa, la Parola è motore della testimonianza.
• La parola che abbiamo deciso di scrivere sulla striscia è una invocazione ed esortazione nello stesso tempo, per noi, le nostre comunità e la Diocesi stessa: “Ancora”. Ancora con la testimonianza, ancora con l’annuncio, ancora con l’impegno missionario.
Replica di don Bruno
Sulla parabola del seminatore: la sua bellezza è che il seminatore non deve scegliere i terreni, deve buttare il seme ovunque, e non sa su quale terreno ci sarà frutto, mentre noi di solito pensiamo che bisogno prima indagare i terreni per non sciupare tempo. Invece tu non sai quale è il terreno buono: butta allora il seme dappertutto!
E la seconda cosa che dice la parabola è che buttando il seme dappertutto, di certo da qualche parte frutta. Ma non domani. Noi roviniamo tutto dicendo: “Oggi butto il seme (i bambini della prima comunione), un domai magari frutterà (durante la terza età, quando…”. Invece la parabola non dice “oggi e domani”, ma dice solo “oggi”, in questa semina, in questo campo, da qualche parte sì, c’è il frutto, e da qualche parte no, non c’è. Certo tu sperimenterai il no, e può sembrarti che dappertutto sia così, invece non è vero: da qualche parte frutta. Per cui io sono convinto che se un missionario, un predicatore, avesse l’impressione che nessuno, nessuno ascolta, che la sua parola non funzione, non è ascoltata, forse deve cambiare gli occhiali per guardarsi in giro. Non è vero che non frutta. Forse frutta diversamente da come vorresti. O forse non frutta perché dici parole tue che non sono la Parola di Dio. quindi il vero problema non è di conoscere i terreni. Questo lo fanno i venditori di scarpe, per vedere quali mercati sono aperti. Invece l’evangelizzatore non si preoccupa tanto di conoscere i terreni. Dovrà, certo, saper la lingua, altrimenti non può annunciare. Ma deve verificare soprattutto se la cosa che annuncia è Parola di Dio oppure no.
Le due case, quella sulla roccia e quella sulla sabbia. È la conclusione del “discorso della montagna”. La differenza fra l’una e l’altra non è la parola ascoltata. E neanche l’entusiasmo che suscita. Ma è se resta parola o se diventa vita, azione, se metti in pratica. Naturalmente, a questo punto si deve sottolineare: se metti in pratica le cose che Gesù ha detto. Cioè il discorso della montagna, dove leggi qualche riga prima del paragone delle due case che “in quel giorno qualcuno dirà: «Signore, ti abbiamo invocato tanto. Signore, abbiamo predicato nelle tue strade e nei tuoi villaggi. Signore abbiamo fatto miracoli. Signore abbiamo liberato dal demonio». E io dirò loro: «Non vi ho mai conosciuto!»”. E poi il capitolo 25 dove si dice: “Mi avete dato da mangiare, mi avete vestito…quando l’avete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me”. Voi capite che siamo sempre lì, alla carità concreta. Non basta un cristianesimo di altro genere. Io quando leggo quel brano di Matteo in cui Gesù dice: “Non vi ho mai conosciuti”, mi sento un po’ libero e anche un po’ a disagio. Libero, primo perché io di miracoli non ne ho mai fatti, neanche uno! Se qualcuno è accaduto, non è colpa mia, perché io proprio non ne ho voluto fare. Secondo, se ho cacciato qualche demonio non me ne sono accorto, non è colpa mia! Però ho parlato tanto, e qui è colpa mia!
Io consiglio sempre alle case editrici di fare un DVD, di un quarto d’ora, non di più, in cui nella prima parte mettere tutta questa gente davanti al Signore, e a un certo punto qualcuno in fondo si muove, e si fa avanti chiedendo: “Permesso, permesso!”. E vengono avanti e dicono: “Signore, siamo i tuoi”. E Gesù: “Mai conosciuti!”. Poi si volta dall’altra parte e comincia a chiamare: “Voi, in fondo, avanti, venite avanti”. E quelli si guardano chiedendosi con chi ce l’ha, perché mai hanno pensato una cosa del genere. E Gesù ancora a loro: “Sì, voi che vi guardate in giro, venite su!”. Io dico che una volta al mese nella messa principale, questo DVD, andrebbe proiettato, e sarebbe efficacissimo.
Marte e Maria. L’episodio parla di ascolto e di servizio, che per la verità ci vogliono tutti e due. È bello che si parli di ascolto, che vuole dire accoglienza: arriva un ospite e lo accogli ascoltandolo. E poi ti devi forse anche dare da fare per altre cose. Il difetto di Marta, però, è non solo di trascurare l’ascolto. Si potrebbe infatti anche rimproverare Maria che trascura il fare, l’agire. Il difetto di Marta è che lei si affanna, prepara troppe cose, viene rimproverata perché è agitata. Noi cristiani ci lasciamo prendere dal fare e fare e fare, e non abbiamo tempo di parlare con una persona! Noi siamo tutte “Marte”. Qui non centra la vita nel chiostro o la vita nel mondo: non centra niente. Il fare deve essere vero, sincero, ma essenziale. Ci sono delle cose da fare, ma devi trovare il tempo per l’ascolto e per intrattenere l’ospite. Capita qualche volta che ti invitano in una casa, arrivi lì cinque minuti prima, e ti dicono: “Sono rimasta indietro, si accomodi in salotto e guardi un po’ di telegiornale”. Ma io sono venuto per parlare non per guardare il telegiornale.
L’accoglienza, l’ascolto, è importante, e deve avere il suo spazio. E per ascoltare devi non darti da fare troppo. E non con ansia, come se ti mancasse il terreno sotto i piedi.
Un cardinale un giorno mi ha detto: “Don Bruno, non ti pare che ci sono dei cristiani, che a furia di volersi perfezionare non hanno tempo di fare altro?”. Sì, dico io, tante cose da fare e poi ti dimentichi di quella più importante che è ascoltare.
Alcune cose vanno bene, mi piacciono.
Ad esempio il servo del centurione: è vero che il centurione prega non per sé ma per un servo, non ci avevo mai pensato. Alla domanda “chi sono i centurioni oggi?” non saprei cosa rispondere. “Quelli che rompono gli schemi”, avete detto voi, e di gente che rompe ce n’è tanta, ma non sono tutti centurioni!
Anche sul brano paralitico, non avevo mai pensato che i portantini potevano essere identificati oggi con i missionari: è una cosa bella, una finezza che facilmente non si vede.
E così l’emorroissa: avete detto che il mantello che tocca sono i sacramenti. Va bene, però attenzione a non far dire alla Parola quello che abbiamo già in mente noi!
La domanda invece “come annunciare oggi, davanti a gente che è poco interessata?”, io invece non sono convito che sia corretta. Non sono convinto cioè che alla gente interessi poco la Parola di Dio e l’annuncio di Gesù Cristo.
Se mi viene da dire qualcosa in generale, è di restare attaccati a ciò che la Bibbia dice e non invece di perdersi in un particolare o nell’altro.
Intervento del Vescovo
A proposito dell’ultima osservazione di don Bruno, vi racconto una piccola vicenda simpatica. In un colloquio con il Cardinal Martini io gli dissi le mie perplessità nell’intitolare un’intera lettera pastorale “Il lembo del mantello”. Era una lettera sulla comunicazione, in cui lui diceva che “quando arriva, l’emorroissa, tocca il mantello e allora entra in comunicazione con il Signore”. Io dicevo che mi sembrava un po’ “tirata” come interpretazione. E lui mi rispose: “Se è per quello Sant’Ambrogio e Sant’Agostino ne hanno fatte di peggio!”.
Le interpretazioni allegoriche, trasformano le pagine della Scrittura come fosse un caleidoscopio: a seconda di come viene girato si vede qualcosa di diverso. È anche vero che nella storia, nella assidua frequentazione della Parola da parte della Chiesa, anche queste interpretazioni, di cui ad esempio Origene era maestro, hanno permesso alla Parola di esprimere anche significati nascosti. Io sono un po’ più possibilista su questo punto, pur ritenendo verissimo quello che dice don Bruno, che cioè alla fine il rischio è di far dire alla Parola ciò che essa proprio non dice. Quindi di fare un uso strumentale della Bibbia, che è proprio sbagliato. Ma qualche volta il fatto che si possano collegare delle espressioni non mi dispiace del tutto, come ho sentito nelle relazioni che avete appena esposto. Sempre però con prudenza e sottoponendo tutto agli “scribi” e ai “farisei”, ai “dottori della legge” (indica, scherzando, don Bruno).
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Don Bruno: La mia preoccupazione è che magari, sottolineando questi aspetti non sia più visibile il centro. Per esempio nel brano dell’emorroissa, è chiaro che ha toccato il mantello, ma l’episodio vuole dire che Gesù, che poteva guarirla senza fare interventi particolari, voleva invece far vedere che lui è contrario al fatto che non si possa toccare un’emorroissa, cioè al puro e all’impuro, che era il costume del tempo. È un gesto rivoluzionario: una donna che perdeva sangue doveva essere emarginata. Sulla sua sedia non poteva sedersi un altro! Invece questa donna tocca Gesù, poi ha paura, perché sa di aver violato una legge, e lui si volta apposta per far capire che questa divisione puro e impuro va superata. Questa è un’idea grossa, che non va dimenticata. Dopo uno può fare anche altre considerazioni, su tutti i mantelli del mondo!
Ampliando il discorso, voglio dire semplicemente questo: il motore di tutto è lo Spirito che suscita in noi la fede. Ma io insito nel ripetere che di fede ce n’è in giro poca. Comincio da me stesso, che con tutto quello che ho ricevuto da Dio attraverso la Chiesa, ne dovrei avere di più, di fede, e dovrebbe essere più efficace per me, sui miei sentimenti, sulle mie scelte di vita. E ne trovo poca in giro anche quando incontro comunità, persone, parrocchie eccetera.
In che senso dico che trovo poca fede? Nel senso che la fede non è dire: “Dio c’è!”. E, soprattutto: “L’inferno c’è, e chi non ci crede ci và!”.
La fede, dice San Paolo, nasce dalla predicazione, dall’ascolto della predicazione, e la predicazione avviene nella Parola di Cristo. Tra poco, nella Messa, lo sentiremo. Fate bene attenzione alla seconda lettura, San Palo con quale grinta dice: “Badate bene a non mettere altro fondamento, perché il fondamento è Gesù!”. Quello che praticamente in tutti i brani che avete esaminato oggi è presente, come lo è in tutte le pagine del Nuovo Testamento (il quale illumina la lettura dell’Antico, che non può essere capito se non a partire da Gesù), è questo, e non altro. Noi dobbiamo essere un popolo innamorato di Gesù. Allora nasce la missione. Prima di questo, o al di sotto di questo, è propaganda, esportazione di abitudini religiose. Pensate soltanto a che cosa sono i quattro vangeli. Nell’insieme, se dovessimo spiegare ad un musulmano cosa sono i vangeli e la loro differenza rispetto al Corano, cosa diremmo? Sono la biografia di Gesù? Sono il corrispettivo spirituale di un ricettario su come fare bene il “menù spirituale”? Cosa sono i vangeli? Sono la cronaca dell’incontro che alcuni uomini hanno fatto, singolarmente e comunitariamente, con Gesù, che ha cambiato loro la vita. È questo incontro che fa poi la missione. Quando Paolo dice: “Guai a me se non evangelizzassi”, perché dice “guai a me”? perché non è un vanto, ma un dovere che sente premere e di cui non può fare a meno. Ho fatto questa esperienza dell’incontro con il Signore, e ho coltivato e continuo a coltivare questa esperienza. Da questo punto di vista San Paolo è perfino esagerato, nel senso che non riesce a parlare di niente e a scrivere quattro righe nelle sue lettere se non mettendoci dentro Gesù. Perché è questo che gli ha riempito il cuore della fede, non della convinzione che esista Dio e che qualcuno avrà un premio e qualcuno una condanna. Certo che sta scritto che chi si avvicina a Dio deve credere che lui esiste e che premia i buoni. Ma questo è semplicemente ciò che serve ad avvicinarsi a Dio. Ma incontrarlo è un’altra cosa. Ho letto recentemente un libro di Papa Benedetto sul rapporto tra il Dio dei filosofi, delle nostre speculazioni, e il Dio della fede. Sapete quale è la differenza fra i due? Nella fede, il salto decisivo, è che noi Dio lo possiamo chiamare con il suo nome proprio: Gesù Cristo, il Papà di Gesù, lo Spirito Santo. Per cui quando comincio la Messa, mi chiedo cosa ho in mente nel fare il segno di croce. È l’incontro con il nome di Gesù, con lo splendore della verità di Dio che rifulge sul volto di Cristo (volto, identità, nome: sono la stessa cosa), con questo Dio che si è giocato la faccia con noi, a partire da Abramo, poi con Mosè, i profeti e via di seguito, che rende possibile la missione. Se non c’è questo incontro
Mi è piaciuto molto quando prima si è parlato di stupore: “non sarà mica vero” viene da dire “che quel cadavere appeso alla croce sia Dio”… . quando uno sperimenta questo, come fa a starsene a casa sua e a lasciare che il resto del mondo si arrangi?
La missione non è l’esotismo delle esperienze. Comincia dal tuo vicino di casa, comincia dal tuo collega di lavoro! Non puoi più dire: “Io cosa centro? Non sono mica il custode di mio fratello!”.
Allora la cosa che conta è che nelle nostre comunità ci siano luoghi, occasioni, strumenti, percorsi, offerti, e offerti bene (pensate la liturgia, la proclamazione della Parola, la vita fraterna…) che fanno incontrare Gesù. Allora la missione viene fuori e non la ferma più nessuno. Ma se parte da lì, ed ha questo come intenzione fondamentale. Io l’ho riconosciuto allo spezzare del pane, e non posso starmene lì a dire semplicemente che mi ha scaldato il cuore. Devo prendere su e correre, andare a dirlo a qualcuno che vedo è ancora lì e sta osservando le leggi.
Cosa si è scritto sul Convegno (articoli, fotografie, programmi, locandine)
CONVEGNO GIOVANI - 8 NOVEMBRE 2008 - REGOLEDO UNA SERATA DI FESTA!!!
Per noi partecipanti al Convegno Missionario Giovani, la serata di sabato 8 novembre a Regoledo di Cosio è stata una parte di una vera e propria “due giorni missionaria” ricca di spazi di riflessione, approfondimento, informazione, preghiera e divertimento.
L’organizzazione, affidata e alla Commissione Missionaria Diocesana e ai volontari locali, è stata perfetta e la regia di Don Stefano Bianchi davvero stupefacente.
La cronaca della serata è semplice e presto fatta, basta guardare al programma: cena al sacco, testimonianza, animazione, tutti a dormire (chi a casa propria chi in Oratorio). Per gli appassionati di affluenza e statistiche, si potrebbe aggiungere che i presenti erano circa 60/70, una ventina dei quali si sono fermati per la notte.
Ma, come spesso accade anche nella nostra vita quotidiana e nel nostro cammino di fede, sono le piccole cose a rendere significativo un insieme.
La cena, ad esempio: la Missione è prima di tutto condivisione di vita quotidiana, di momenti ordinari, e anche per questo il nostro Convegno si è aperto con una cena al sacco “condivisa” in cui il cibo portato da ciascuno è stato messo in comune con gli altri, in uno spirito degno delle comunità cristiane delle origini.
L’Accoglienza non è stato solo un rompere il ghiaccio ma un mettersi immediatamente in discussione, un’immediata fusione tra “la Vecchia Tribù” (i partecipanti la Convegno anche nel 2007) e i nuovi arrivati, perché l’integrazione, concetto utile e interessante, non serve solo con gente di pelle o nazionalità diverse ma anche tra zone pastorali, parrocchie, esperienze vissute.
La Testimonianza è stata più che mai una restituzione di emozioni, colori, sapori, sensazioni vissute: tutti noi abbiamo avuto l’impressione di vedere intorno a noi il Camerun, l’Africa. I ragazzi che sono stati in Camerun la scorsa estate hanno trasformato la loro esperienza in immagini, musica e parole, con un lavoro che ci ha lasciati a bocca aperta: gradevole come il racconto di un amico e preciso come un documentario, e ha cercato di rispondere alla domanda più difficile che ci si può fare in questi casi: “Ma che siamo andati a fare in Africa?”. Un risultato per nulla banale anche per la presenza in sala di alcuni Camerunesi e di Don Andrea Cusini, di ritorno da sei anni e mezzo di esperienza.
L’entusiasmo che abbiamo visto negli occhi, nei sorrisi e ascoltato nelle voci dei ragazzi di ritorno dalla Missione Fidei Donum della nostra diocesi era così autentico e profondo che ne siamo stati tutti contagiati: la missione è gioia. Questo non significa dimenticare le difficoltà e i rischi a cui i nostri missionari si espongono ogni giorno (mentre scrivo questo articolo leggo la notizia del rapimento di due suore in Kenya) né i problemi delle terre che si visitano, ma non fermarsi ai luoghi comuni, non restringere il proprio sguardo a un vuoto pietismo terzomondista e, soprattutto, usare la lanterna della fede per scoprire le mille luci nascoste nella notte africana, i mille volti sorridenti di un Continente troppo spesso descritto soltanto come un coacervo di mali.
L’animazione condotta da Raymond e dal gruppo del COE (Centro Orientamento Educativo) di Barzio ha unito e mescolato balli, canti, ritmo africano e fratellanza in un unico cocktail, in cui ci siamo tanto impegnati da far dimenticare a Raymond che, ahinoi, “balliamo come bianchi”.
E soprattutto la Preghiera ha accompagnato, esplicita e comunitaria a volte, silenziosa e personale altre, tutta la serata, tutta la nostra riflessione sulla Missione.
Prima di andare a dormire, a notte alta, un gruppo di noi (tra quelli che dormivano in Oratorio) si è fermato a chiacchierare con Raymond, che è nato e vissuto per diciannove anni in Congo. Ci ha raccontato del Congo, del suo arrivo in Italia, delle difficoltà e delle gioie, di quanto fino a qui ha raccolto e dei progetti futuri. E ha cercato di rispondere a una domanda che lui stesso si è fatto “Ma che ci faccio in Europa?”.
Mi piace ricordare questa serata con una antitesi, tra la missione di un gruppo di bianchi in Africa e la missione di un nero in Italia, che si risolve nella condivisione di un’unica Fede in un unico Dio che, è ovvio ma è bene ricordarlo, non distingue tra “neri” e “bianchi”.
Maurizio Zucchi
CONVEGNO MISSIONARIO DIOCESANO - 9 NOVEMBRE 2008 - UNA GIORNATA PER RIFLETTERE
Domenica 9 novembre, sala Piergiorgio Frassati, Regoledo di Cosio: alle ore 9.00 ha il via il Convegno Missionario Diocesano 2008. Andavano di luogo in luogo e predicavano la Parola di Dio, è questo il titolo che ha dato il la a quest’appuntamento annuale che ha visto la partecipazione di circa duecento persone, tra giovani e meno giovani, volti nuovi e meno nuovi dell’animazione missionaria in diocesi.
La mattinata ha preso il via con un brillante e provocatorio intervento di don Bruno Maggioni il cui compito era quello di introdurre alla lettura della Parola, vera protagonista della giornata. Una sorta di manuale di lavoro quello offerto da don Bruno che con il solito entusiasmo ha introdotto il lavoro e offerto spunti veri di riflessione.
“Occorre avere fiducia della Parola. Al giorno d’oggi le parole stancano e si cerca l’esempio… ma l’esempio non ha senso se non c’è la Parola che lo supporta.” La Parola di Dio, è certo, ha delle caratteristiche proprie: prima di tutto è UNICA, ha cioè un’efficacia che le altre parole non hanno e bisogno avere il forte desiderio di capire bene il significato della Parola per non correre il rischio di dargli altri significati, altri sensi. Poi la Parola è EFFICACE, frutta cioè, ma a modo suo, senza programmi, e può produrre frutti ben diversi da quelli previsti. La Parola è APERTA alla NOVITÀ, chi ascolta non deve cercare conferme ma essere disposto ad essere messo in discussione. La Parola è LUCIDA, permette di discernere con chiarezza; CONOSCE l’UOMO, perché è uno specchio che ti rivela chi sei; è l’unica che PUÒ PARLARE di DIO e per questo ci obbliga alla necessità di dirla a chiunque.
Leggere la Parola richiede comunque l’osservanza di alcune regole: prima di tutto fermarsi sulla centralità di Cristo, anche nella lettura del mondo, della realtà in cui siamo chiamati a vivere la nostra quotidianità. Occorre cercare nel mondo le tracce del progetto. Isaia dice che il vero missionario è colui che “non spegne il lucignolo fumigante”, cioè è colui che riesce a vedere le tracce di Dio nel mondo. Occorre avere la disponibilità alla conversione, perché la cosa fondamentale è mettere in crisi le proprie convinzioni e lasciarsi discutere. Bisogna essere disposti a cercare il bello del mondo e non solo cercare, un po’ come è abitudine fare, di trovare la conferma del male del mondo. La Parola parla dentro la vita, se tocca la vita, se siamo nella vita. “Non dobbiamo dimenticare, ha incalzato don Bruno, quanto è bello e stupefacente il passo finale del Vangelo di Marco: Gesù rimprovera i discepoli dicendo loro che sono duri di cuore e li manda in giro per il mondo ad annunciare il Vangelo. Noi invece pensiamo che finché non siamo santi abbiamo la giustificazione e possiamo anche tacere.” Occorre che la Parola sia sempre in relazione con la vita e che sia sempre motore di relazione: “bisogna saper ascoltare la gente, provare simpatia e avere tempo di stare con gli altri”. E dobbiamo smettere di predicare le conseguenze e iniziare a predicare le radici.
Il lavoro poi si è spostato nei dodici gruppi in cui sono stati divisi i partecipanti che hanno lavorato su dodici passi del Vangelo, degli Atti e dell’Apocalisse.
Al termine del confronto l’assemblea si è riunita intorno ai tavoli imbanditi per il pranzo dai volontari dell’oratorio di Regoledo che si sono distinti per la loro simpatia e accoglienza.
Il pomeriggio ha visto la relazione dei gruppi e la ripresa da parte di don Bruno Maggioni di quanto detto.
Nel frattempo è sopraggiunto il nostro Vescovo che, prima della celebrazione della S.Messa, ha fatto un breve intervento.
“Motore di tutto, ha detto il Vescovo, è sicuramente lo Spirito Santo che suscita in noi la fede, ma attenzione, di fede in giro sembra essercene proprio poca. La fede nasce dalla predicazione che è nella Parola di Cristo e di questo noi non parliamo mai. Il fondamento della nostra vita e della nostra fede è Gesù e un popolo per essere davvero missionario deve essere innamorato di Gesù, allora nasce la missione, altrimenti è propaganda. “Guai a me se non predicassi il Vangelo” dice san Paolo, perché se ho fatto esperienza dell’amore non posso tacere. La differenza decisiva per il cristiano è che noi possiamo chiamare il nostro Dio per Nome, con un nome proprio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Forse la cosa davvero importante che manca nel nostro essere Chiesa è lo Stupore dell’incontro con Gesù.” Le parole del Vescovo hanno riecheggiato anche nell’omelia durante la Santa Messa. “Fondamento della nostra Fede non può essere un Dio commerciale, ma un Dio che ci abbraccia e ci vuole bene anche se siamo sempre e comunque peccatori. Noi siamo qui oggi e sempre per dire Grazie al nostro Padre.” Durante la celebrazione mons. Coletti ha anche presentato il nuovo progetto di sostegno avviato dalla nostra diocesi verso la diocesi sorella di Maroua-Mokolo in Camerun: in collaborazione con il vescovo in Africa si darà l’avvio a un liceo per garantire ai ragazzi il diritto allo studio e all’educazione superiore. Al termine è stato consegnato il mandato missionario a due missionari in partenza: don Felice Cantoni, attualmente parroco di Tavernola, già fidei donum per tanti anni all’apertura delle missioni diocesane in Camerun, pronto alla partenza per tre anni in Nord Camerun; Alessia Redaelli, giovane fisioterapista originaria di Mandello, che è già stata in Ghana per due anni e che ora si prepara a ripartire per un altro periodo nel Centro S.Teresa ad Abor nel sud del Ghana. Possano portare il crocifisso che hanno ieri ricevuto a nome di tutta la diocesi nelle loro missioni.
CONVEGNO GIOVANI - 8 NOVEMBRE 2008 - REGOLEDO
Ormai tradizionale l'appuntamento del Convegno Missionario diocesano è occasione di incontro, scambio, riflessione e crescita per le missioni e per la Missione!!!!
Programma attività della serata:
CONVEGNO MISSIONARIO DIOCESANO - 9 NOVEMBRE 2008 - REGOLEDO
Ecco un momento dedicato in particolare ai giovani così che, facendo festa insieme e ascoltando i racconti di esperienze vissute, si possano trovare insieme spunti per la riflessione e l'animazione missionaria!!!
Programma della giornata:
| ore 9.00 |
Accoglienza ed iscrizioni
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| ore 9.30 |
Saluto di benvenuto e preghiera iniziale |
| ore 9.45 |
“Come ascoltare la Parola di Dio” a cura di don Bruno Maggioni
|
| ore 10.45 |
Laboratori di ascolto della Parola |
| ore 12.30 |
Pranzo in oratorio a Regoledo (buono pasto) |
| ore 14.00 |
In assemblea relazioni dai laboratori e, a seguire, intervento del Vescovo |
| ore 15.30 |
Santa Messa presieduta dal Vescovo con mandato missionario |
| ore 17.00 |
Merenda e saluti |
Come tutto questo si lega alla Missione? La Scrittura dice che la Missione ha la radice vera della GRATUITÀ, ognuno di noi è venuto al mondo gratuitamente, e anche la nostra fede è gratuita, ora gratuitamente dobbiamo darla agli altri senza valutare, senza continuare a soppesare, ma amando gratis. La Missione inoltre è TRASPARENZA DEL VANGELO nelle parole e nei gesti.
| ore 19.00 |
arrivo e accoglienza |
| ore 19.30 |
cena di condivisione al sacco |
| ore 20.30 |
serata di animazione
- animazione dei giovani del COE
- testimonianza dei giovani che sono stati in Camerun la scorsa estate
Segue pernottamento presso l’oratorio di Regoledo (ricordare di portare tappetino e sacco a pelo)
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