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Rassegna 2007: "AFRICA IN MOVIMENTO"

Nelle serate del 2 e del 16 ottobre il Centro Missionario Diocesano, l’associazione Medici con l’Africa e il Centro Missionario Guanelliano hanno proposto la quinta edizione di “Volti d’Africa”, un ciclo d’approfondimenti sulla storia, sulla cultura e sulle prospettive di vita del continente africano.

Titolo degli incontri di quest‘anno era “Africa in Movimento”, con chiaro richiamo ai flussi migratori. Da tempo il popolo del Sud del mondo, soffocato da guerre, dittature, miseria e disoccupazione, si avventura verso il Nord, seguendo il flusso delle ricchezze. Da circa undici-dodici anni anche l’Italia si trova costretta a confrontarsi con questo fenomeno: per via della sua posizione geografica, da terra di emigranti è diventata luogo di transito e d’approdo, e si è scoperta paese a crescente fisionomia multiculturale e multietnica. E non sempre è preparata ad gestire i flussi di migranti in aumento.

 

 

 

2 Ottobre: “Dal miraggio delle metropoli africane al miraggio dell’Europa”

La prima serata, dal titolo “Dal miraggio delle metropoli africane al miraggio della Lombardia”, ha visto come protagonista Otto Bitjoka, un immigrato appartenente al ceto imprenditoriale, impegnato da anni in iniziative a favore delle comunità straniere. Camerunense e da trent’anni a Milano, una laurea in Scienze economiche e bancarie, Bitjoka lavora come consulente per importanti aziende italiane e per i governi africani. Nel ‘99, dopo l’esplosione della new economy, ha creato un portale, Ethnoland, che offre agli immigrati informazioni e servizi telamatici che vanno dalla telefonia al money transfer, dall’assistenza legale e contabile ai mutui, dai corsi di formazione alle assicurazioni. Due anni fa, poi, ha fondato Imprendim, un’associazione di imprenditori immigrati che punta ad avere maggiore capacità contrattuale con istituzioni, interlocutori sociali e banche. Oggi Bitjoka è un punto di riferimento importante nel confronto fra le istituzioni e diversi gruppi extra-comunitari.

Bitjoka ha affrontato il tema dell’immigrazione cercando di svincolarlo dall’approccio allarmistico con il quale viene comunemente analizzato: parlare di immigrazione come di minaccia o di emergenza, oggi che gli immigrati fanno parte integrante del nostro mondo, è ormai superato e anacronistico. È giunto il momento di introdurre nel dibattito sul fenomeno migratorio un punto di vista completamente nuovo: non bisogna più considerare gli immigrati come cittadini di serie B, ma piuttosto come risorse preziose per la crescita culturale ed economica del paese, come partecipanti attivi della vita pubblica. Contro gli atteggiamenti paternalistici e pietistici, gli immigrati vanno visti e considerati come una presenza costruttiva nella società italiana, un’opportunità per lo sviluppo interno del paese, non più come una minaccia o come un fardello: “oggi siamo protagonisti nel tessuto sociale - ha ripetuto più volte nel corso della serata - non siamo più un peso, non vogliamo più essere un problema”.

Riflettendo su casi concreti, vicende personali e collettive, problemi comuni a migliaia di stranieri in Europa, Bitjoka ha avanzato proposte di politica sociale ed economica volte a valorizzare l’immigrato come risorse molto interessanti e provocatorie. Centrale in questo suo discorso è stato il tema dell’imprenditorialità che, insieme al diritto di voto e a un progetto di convivenza interculturale, è a suo parere una delle pietre miliari dell’integrazione. Secondo Bitjoka, infatti, grandi sono le potenzialità che offre l’immigrato imprenditore, una figura sempre più inserita nel panorama italiano. L’imprenditoria immigrata è uno dei pochi fenomeni in reale espansione nel nostro paese e rappresenta una risorsa indispensabile per il nostro sistema economico: si pensi che i trecentomila imprenditori immigrati presenti in Italia costituiscono ormai il 6,5% del PIL. Inoltre, la crescente domanda di servizi da parte dei nuovi arrivati nel nostro paese presuppone possibilità economiche di grande spessore, che dovremmo essere in grado di sfruttare grazie a una politica capace di promuovere la titolarità dell’impresa. Purtroppo, però, una risorsa così vicina e così importante -ha sottolineato il relatore- non viene recepita e valorizzata adeguatamente da tutti.

 

16 Ottobre: “Dall’Africa alla Lombardia, perché? Sogni, attese, speranze, sacrifici... Alcune esperienze”

Durante la seconda serata, dal titolo “Dall’Africa alla Lombardia, perché?”, quattro africani che vivono in Italia da alcuni anni si sono confrontati sulla loro esperienza da migranti parlando di sogni, attese, speranze e sacrifici. Moderatore della tavola rotonda è stato Kossi Komla-Ebri, nato in Togo e cittadino italiano d’adozione: Kossi ha studiato medicina a Bologna e ora opera come medico all’ospedale Fatebenefratelli di Erba; è una figura di primo piano fra gli scrittori migranti in Italia e ha vinto molti premi letterari.

Diversi i motivi che hanno spinto i quattro protagonisti della serata a venire in Italia, differente la loro storia: Lea, del Kenya, è venuta nel nostro paese per amore, ha sposato un volontario italiano conosciuto in Africa, ora ha dei bambini e lavora in una cooperativa come assistente ai disabili; Babacar, sarto arrivato dal Senegal nel ‘92 alla ricerca di un‘occupazione, in questi anni non è riuscito a trovare nessun lavoro se non quello di venditore ambulante; Cissè invece, sempre senegalese, metalmeccanico e da anni rappresentante sindacale, si è trasferito da noi per problemi di salute; infine Gratus, del Togo, venuto in Italia per motivi di studio, ora è sposato ed esercita come fisioterapista.

In tutti i loro racconti emerge che l’Italia non è mai come l’immigrato si aspettava che fosse prima della partenza: tutta la serie di immagini elaborate intorno al paese dei bianchi nella terra d’origine, interne e funzionali alla propria cultura, vengono irrimediabilmente messe in discussione nel momento in cui il migrante entra in contatto con la società italiana reale, che era stata idealizzata e sublimata; l’esperienza migratoria viene così inaspettatamente conosciuta in quegli elementi di dolore, sofferenza e solitudine che purtroppo custodisce sempre in sé. Anche il triste fantasma di una burocrazia che avanza insensibile, seguendo le sue imperscrutabili leggi, è denominatore comune a tutte le testimonianze. Il dottor Kossi ha raccontato, ad esempio, di aver aspettato ben dieci anni il riconoscimento della cittadinanza italiana, senza la quale gli era impossibile iscriversi all’albo dei medici e quindi poter esercitare la professione per cui si era laureato in Italia.

Dopo le testimonianze, Kossi Komla-Ebri ha proposto ai quattro ospiti e al pubblico due interessantissime riflessioni.

La prima era incentrata sul problema dei pregiudizi e del linguaggio: nella società italiana, di fatto multiculturale, si pone il problema dell’uso scorretto e talvolta razzista delle parole, che non sono mai neutre; esse sollecitano l’immaginario collettivo, possono essere affettuose, offensive o denigratorie, avere un potere includente o escludente. La parola con cui comunemente ci si riferisce agli immigrati è “extra-comunitario”, etichetta che a rigor di logica dovrebbe essere applicata anche agli svizzeri o ai nord-americani; questa definizione però viene sempre e solo legata ai migranti dal Sud del mondo, che vengono odiosamente identificati per quello che “non sono”. Anche il linguaggio non verbale è molto importante, talvolta si rivela più eloquente di mille parole: le posture, le distanze e le vicinanze ci dicono molto sugli stereotipi che la gente comune condivide verso gli stranieri. Il dottor Kossi racconta di come, quando non è “protetto” dal camice bianco, si ritrovi seduto da solo sui sedili del treno, oppure veda la “sciura” stringersi al petto la borsetta. Decolonizzare il nostro linguaggio è importante perché significa decostruire il nostro immaginario comune pieno di preconcetti e pregiudizi ed uscire dalla visione egocentrica delle cosiddette culture superiori. Si tratta di una sfida ancora più ardua a causa dei mass media, che si limitano a dare risonanza agli eventi di cronaca nera di cui sono protagonisti gli stranieri, senza mai approfondire in profondità il fenomeno.

La seconda riflessione riguarda invece la “seconda generazione”, ossia i figli degli immigrati di oggi. I bambini nati in Europa da genitori stranieri inizialmente cercano un’omologazione totale con i loro compagni di giochi e di scuola. Fino a quando si rimane fra i banchi spesso non ci sono problemi; la situazione però purtroppo cambia quando ci si trasferisce nel mondo del lavoro: in Francia, ad esempio, di fronte a diverse domande di lavoro, la persona con il cognome straniero viene spesso scartata per prima. I figli degli immigrati si sentono così esclusi, rifiutati, si ripiegano sulla cultura dei propri genitori in maniera esasperata, per trovare un’identità indispensabile per il loro equilibrio. È dunque essenziale dare un senso di speranza, di possibilità di avanzamento sociale ed economico a questi ragazzi, che non si accontenteranno di svolgere i lavori umili che i loro genitori fanno ora e che gli italiani non vogliono fare più.

 

Le serate hanno visto larga partecipazione di pubblico: agli interventi degli ospiti è seguito un intenso dibattito che ha permesso un confronto vivace e proficuo fra i presenti, a dimostrazione del fatto che i fenomeni migratori suscitano oggi un forte interesse.

 

Ilaria Marzorati

 

Scarica la locandina della "Rassegna 2007" (formato PDF ).

 

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