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GUATEMALA - Agosto 2006

Guatemala è povertà, prima ancora che bellezza, è disagio prima che abbondanza, è soprattutto ingiustizia, oppressione,violenza e criminalità... L’impressione è quella di tornare un po’ indietro nel tempo, in un mondo dove è la terra a fare da padrona con i suoi prodotti, un mondo pressoché rurale e puro, fatto di agricoltura e piantagioni, ritmato sui tempi mutevoli di una natura spesso artefice di immani catastrofi. Guardando più approfonditamente ci si rende subito conto delle grandi contaminazioni che si espandono su questo territorio: picchi di modernità estemporanei che non trovano corrispondenza nel panorama circostante, né nella storia delle persone. Incredibili salti temporali permettono ai palazzi della capitale di convivere a fianco ai greggi di pecore che spesso attraversano le strade cittadine domate dal loro pastore. La novità industriale sembra aver invaso perentoriamente un paese ancora fragile e incapace di gestire un’economia in modo indipendente e libero: la corruzione interna e la dipendenza dall’estero impediscono alla nazione lo slancio verso una piena autonomia. Alla precarietà sul fronte economico si aggiunge quella sul versante sociale, dove domina una costante insicurezza. Frequenti le bande armate e i gruppi giovanili di disagio, che contribuiscono al controllo delle reti di mafia, narcotraffico e microcriminalità.

Guatemala non conosce tranquillità: sulle spalle il gravoso peso di trent’anni di guerra civile e la mancata giustizia che impedisce il perdono della violenza subita. L’atmosfera della capitale è di perenne tensione, soprattutto la sera quando i cittadini non osano nemmeno uscire di casa...

Eppure, nonostante la debolezza e la povertà di questo paese, si respira grande forza a livello spirituale: la religione è la vera anima della popolazione, che vive una fede sincera, fatta di sincretismo e devozione, di contaminazioni con la passata cultura maya, ma estremamente profonda e capace di attraversare e superare dignitosamente l’esperienza più straziante: l’annientamento dovuto al martirio. Incredibile osservare la semplicità della religione vissuta nelle aldeas, i villaggi dispersi nell’intricato labirinto della jungla, dove il parroco riesce a celebrare la messa solamente una volta al mese, ma dove le persone proseguono autonomamente e in comunità un cammino di fede e continuano a coltivare la propria dimensione spirituale. La realtà delle aldeas colpisce soprattutto per la grande povertà che, seppur più dignitosa rispetto al disagio della città industrializzata, attanaglia la vita delle persone e mette seriamente in discussione la vita di noi osservatori, abituati all’acqua corrente, all’elettricità e a molte altre comodità che non trovano posto nella miseria delle baracche. Guatemala è un punto interrogativo sulla nostra ricchezza, sull’agio ostentato della nostra società e sulla nostra stessa esistenza. Numerose le occasioni per ridimensionare se stessi, per domandarsi e lasciarsi scuotere dall’esterno... Un esempio è l’Ospedale Hermano Pedro in Antigua Guatemala, gestito dai frati francescani, che ospita persone affette da gravi handicap fisici e psichici. Passando attraverso i corridoi è inevitabile lasciarsi coinvolgere, commuovere e scombussolare da queste esistenze inchiodate a sedie a rotelle,una vita di grandi sofferenze e piccoli traguardi, spesso difficilmente comprensibile...

Guatemala è tutto questo: un’occasione unica per scoprire la diversità, la cultura lontana e accorgersi che in fondo esistono molti legami intrinseci e comuni ai popoli, che l’attaccamento alla vita e la necessità di dare un senso alla propria esistenza, anche attraverso la fede, accompagnano l’uomo di ogni tempo, nella sua interezza e sostanzialità.

I partecipanti all'esperienza

Don Alberto, Daniele, Davide, Marco, Michele, Samuele, Francesca, Katia, Silvia, Viviana

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