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INDIA - Agosto 2004

Non vedevo l’ora di uscire da quell’aeroporto che mi sembrava più che altro un hangar di quelli dove si parcheggiano quei trabiccoli volanti della Seconda Guerra mondiale, tipo quelli che si vedevano nei vecchi documentari in bianco e nero.
All’uscita la vista mi si oscurò del tutto.
Avvolgente e delicata come l’abbraccio di un orso peloso, l’ondata di caldo torrido misto ad un umidità che penso sfiorasse il 70%, fece repentinamente condensare le mie lenti, tant’è che mi pareva che si stessero per liquefare...
Un colpo di straccio e furono subito tre colori che mi si stamparono negli occhi.
Il giallo… quei taxi malinconici sfrecciavano freneticamente su e giù dall’aeroporto, pareva fossero reduci da un bombardamento aereo.
Un colore indefinito, cupo, era quello che sorgeva nelle strade, fra le viuzze e sulle case scalcinate, misto a quei visi lisci e scuri come le carte carbone di ogni persona che incontravamo.
E infine il verde, quasi a voler dare un po’ di vita ad un ambiente altrimenti desolante, svettavano ovunque piante di ogni sorta, la maggior parte degli edifici sembrava come divorata dalla fitta vegetazione tropicale.

Divertente e al tempo stesso terrificante fu il nostro viaggio in taxi verso Monica House. Costellato da una serie inqualificabile di brusche frenate, improvvisi scossoni per le buche delle quali le strade erano crivellate come un gruviera, tant’è che mi stupivo che i copertoni, rosicchiati fino alla tela, non fossero ancora esplosi, slalom deliranti degni dei migliori acrobati, collisioni sfiorate di un soffio, vedevo i bus venirci addosso come una mandria di bufali inferociti.
In tutta questa pazzesca giungla metropolitana mi divertiva constatare che il viso disteso e sereno del nostro autista non accennava la minima piega. “Deve avere proprio dei nervi d’acciaio” pensai. Come tutti del resto in questa incredibile città.
Con una mano sul volante e l’altra sul clacson il nostro simpatico autista ci scaricò di fronte a quell’oasi nel deserto, nascosta tra le fronde degli alberi e avvolta in una calma quasi surreale: eccoci giunti a Monica House!
Spossati ma felici di aver messo finalmente piede su questa sacra e antica terra, tormentata dai monsoni e dall’ira dagli dei, fummo risucchiati nel sonno, ci addormentammo accompagnati dal fievole suono dei clacson che si udivano in lontananza.

All’indomani, le cornacchie, padrone incontrastate dei cieli di Calcutta, ci diedero il buon giorno con il loro gracchiare, erano grosse come avvoltoi, onnipresenti su palme, tetti e perfino sulle strade, sembravano chiedersi curiose dove ci stessimo dirigendo in quell’uggiosa mattina d’agosto.
In fondo alla via sorgeva una lunga costruzione bassa, con quattro gradini di marmo scuro di fronte all’imponente portico scolpito che costituiva l’ingresso principale. Un pannello di legno annuncia: NIRMAL HIRDAY, la casa del cuore puro o meglio noto per tutti KALIGAT.
Nel salire i gradini avevo paura che stessi per varcare la soglia del purgatorio, ma non fu così...
La cosa che mi stupì subito era la pace e la serenità del luogo, dappertutto troneggiava l’immagine di Madre Teresa, la ringraziai pensando che senza di lei non saremmo mai arrivati fino a lì.
C’era da muoversi, rimboccarsi le maniche, aiutare il prossimo… ma all’inizio era la mia anima che implorava aiuto.
Quella voce dal profondo, quei corpi agonizzanti, quei lamenti silenziosi e nel contempo assordanti, mi fecero sobbalzare il cuore.
Tale fu l’imbarazzo che mi paralizzai nei movimenti e mi sembrò di dover fare a spallate con chi era arrivato prima di me e con mano sicura era già intento a distribuire amore e servizio a chi ne aveva più bisogno.
Ma fu quando mi trovai a dover spogliare delle proprie vesti il mio primo malato, che mi fu posto davanti così, all’improvviso, che cominciai a sentire il sangue scorrere a fiumi nelle vene e il mio viso assumere un’espressione che credo di non aver avuto mai prima.
Svestire quest’Uomo, esile e scarno, dallo sguardo spaesato quasi si vergognasse, e dagli occhi supplici ma pieni di orgoglio, fu come denudare me stesso, nel profondo dell’anima, fummo d’un tratto entrambi nudi, io di fronte a lui...
Non avevo mai fatto niente del genere.
Sensazione strana, impalpabile all’inizio, ma che con il trascorrere del tempo si apriva in me come un bocciolo a primavera, pian piano fu un colore, che mi pervase e mi diede conforto, ridipingendo sul mio volto un sorriso che sembrava perduto...
L’uomo chinò il capo e con un catino gli scaraventai in testa una bella dose di acqua intrisa di disinfettante dall’odore nauseabondo, poi con una sguizzante saponetta gli feci lo “shampoo”. La schiuma scese rapida su tutto il corpo e come per magia, rapida trascorse tutta la mattinata, tra le risa e il goffo canticchiare dei volontari, quasi a voler nascondere, o meglio accomodare, il clima di sofferenza che si respirava in quel luogo che più che un bagno aveva l’aria di assomigliare ad un lager nazista.

Veloci trascorsero anche gli altri giorni, entrai nella routine al punto che mi sembrava di essere come tutti i giorni sul posto di lavoro, a casa, nella mia officina, affaccendato in tutte le mansioni che ogni volontario è tenuto a svolgere per i malati di Kaligat.
Mi venne quindi da pensare al mio paesello, alla vita terrena che avevo lasciato… sì perché a Calcutta la vita diventa spirituale.
Come se mi avesse legato le caviglie e capovolto a testa in giù scrollandomi di dosso tutti i beni materiali che possedevo, lasciandomi libero da ogni cosa, libero di assaporare o meglio di gustare ciò che è la vera ricchezza dell’animo umano.
Da nessuna parte del mondo come a Calcutta la gente ha l’abitudine di salutarti calorosamente, di venire e stringerti la mano, domandare, coinvolgerti, sconcertante era quel sorriso radioso con cui ti accoglievano, un sorriso di una gioia e una serenità disarmante.
Inevitabile chiedersi come questi veri e propri naufraghi in un oceano di miseria e di dolore, potessero illuminarti il viso con la luce dei loro occhi, questo è il vero tesoro, questa è la vera ricchezza, questa è l’essenza della vita.
Tutto il resto è effimero, i poveri siamo noi e non possiamo far altro che indietreggiare e chinare il capo rimanendo in rispettoso silenzio.

Concluderei con un sentitissimo ringraziamento a tutti voi amici miei, in particolare alla Erika che mi ha spinto in questa travolgente e preziosa esperienza che rimarrà scolpita nel mio cuore e rinchiusa nello scrigno dei segreti più cari per sempre.

Wudy
(dal Diario di Gruppo ricevuto al Mandato ai Giovani)

I partecipanti all'esperienza

Alberto, Giovanni, Luigi, Paolo, Pietro, Wudy, Camilla, Cric, Detta, Donata, Erika, Laura, Maria, Monica

 

Galleria Fotografica

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